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PROGRAMMI E RESOCONTI DEI CAMPUS 2000

Il Campus sulle culture dell'abitare
Per una città plurale
Gli interventi che riguardano l'abitare degli immigrati possono essere considerati sino ad oggi, nel nostro contesto, come un luogo zero dello scambio tra culture. I processi di inserimento economico degli immigrati e inserimento scolastico dei loro figli non sono state accompagnati da una più complessa strategia di inserimento urbano e alloggiativo.
Eppure, nella storia delle migrazioni umane, i diversi modi di abitare e di usare lo spazio hanno sempre costruito la città plurale. La grande storia della città cosmopolita è ricca dei segni lasciati dai gruppi e dalle comunità di diversa provenienza che la hanno abitata. Basta pensare a Palermo, o alle città di matrice araba, così come alla Venezia dei fondachi con le tante comunità che vi operavano, o a Firenze dove le cronache raccontano che al mercato si parlassero quattro lingue, compreso l'arabo. Proprio a Firenze il monumento più rappresentativo della città, il Battistero, è ricco di motivi derivanti dalla cultura araba, e la basilica di S. Miniato fu realizzata dalla comunità degli armeni fiorentini. Rilievi dello stesso genere valgono anche per Pisa ed è noto che la storia urbana di Livorno è stata costruita sia culturalmente che fisicamente dalle diverse comunità che vi hanno convissuto.
Nonostante l'immigrazione si sia presentata più volte sulla scena europea, oggi è come se si presentasse per la prima volta e lo spazio della città - storicamente il terreno dello scambio e dell'integrazione - è più spesso il terreno dell'esclusione e del conflitto.
Di fronte ad un discorso pubblico sull'immigrazione che in Italia è dominato ossessivamente dal timore dell'invasione e della sicurezza (o, al meglio, dalla considerazione degli immigrati come sola "risorsa economica"), ci è sembrato importante da un lato ricostruire e riconciliarsi con la storia delle nostre stesse migrazioni, dall'altro volgere lo sguardo ai concreti contesti di partenza e di arrivo delle nuove genti che popolano l'Europa. Cogliere questa dimensione dei fenomeni ci è sembrato importante per risollevare la discussione dalle banalizzazioni che hanno dominato molti dibattiti cittadini sul diritto alla casa da parte degli immigrati, sullo spazio di mercato per l'ambulantato senegalese, sullo "stile di vita nomade", sui pericoli delle "Chinatown".
Lo svolgimento del campus "Le culture dell'abitare" si è articolato in lezioni, illustrazione di casi, confronti con amministrazioni, istituzioni e associazioni locali, visite ad alcune significative realtà dell'immigrazione.
Al campus hanno partecipato ricercatori e operatori di diversa provenienza e formazione e questo gruppo è stato il soggetto principale del campus per la ricchezza dei confronti che al suo interno si sono svolti, per gli approfondimenti che sono nati dalle esperienze che venivano raccontate.
Basti pensare al punto di vista che hanno portato da Gerusalemme (una città rigidamente divisa per compartimenti) un architetto israeliano che si confronta con un immigrazione etnico-religiosa voluta dallo Stato, e un urbanista palestinese la cui famiglia vive in uno dei tanti campi profughi dopo essere stata allontanata dalla sua terra. Riflessioni preziose su "confini", "identità", "appartenenza territoriale". Davanti alla facilità con cui la parola "campo" viene usata per descrivere ed attrezzare tipologie di "accoglienza" per profughi e Rom, basterebbe riflettere sugli echi drammatici che questa parola risveglia in chi è ebreo o palestinese.
Dalla Macedonia, la responsabile dell'ufficio tecnico della municipalità di Suto Orizari (la città dei Rom, l'unica entità amministrativa al mondo gestita da Rom) e un sociologo di minoranza albanese, hanno descritto la drammatizzazione bellica di un conflitto costruito, a poche decine di chilometri dalle loro città, su interpretazioni devastanti di "etnia" e di "identità". Anche in Macedonia, "campi" per Rom e fuggitivi, fino a 25.000 persone ammassate. Ma anche una critica profonda, radicale del modello assistenziale che l'occidente ricco ha riservato a chi fuggiva dalla guerra, mentre il problema è semmai consentire per tutti le condizioni per sentirsi protagonisti della propria vita.
E ancora: un architetto nigeriano che lavora a Firenze in un ostello per studenti stranieri; uno studioso americano di modelli di integrazione sociale; una architetta greca che vive a Manchester dove studia i quartieri delle minoranze e i progetti di rigenerazione urbana; un urbanista algerino impegnato con l'Università di Firenze e con la comunità degli algerini; un pedagogista greco che lavora all'Ufficio immigrati della Provincia di Bologna.
E poi architetti, urbanisti e operatori del sociale di enti locali, di associazioni, o liberi professionisti con un consolidato impegno sul versante dell'immigrazione, della progettazione partecipata, del disagio abitativo.
Ognuno dei partecipanti ha presentato al gruppo un "caso", talvolta ripreso dalla propria diretta esperienza, altre volte oggetto di studio o di lavoro.
I docenti hanno riportato linee di riflessione ed esperienze progettuali da diverse realtà europee: la politica francese di assimilazione (che dal punto di vista abitativo si è tradotta poi nella scelta della mixitè nei logement sociaux delle periferie urbane), la forte caratterizzazione territoriale dei quartieri "etnici" inglesi, il modello della "integrazione reciproca" della Svezia (una esclamazione di stupore generale si è levata quando la responsabile dell'Ufficio Integrazione della città di Stoccolma ha citato le risorse finanziarie destinate per il prossimo triennio alle 5 maggiori città svedesi per i programmi di integrazione: 200 milioni di dollari!). Altre lezioni hanno riguardato le tipologie e le culture dell'abitare di paesi di provenienza dell'immigrazione (Maghreb, America latina, Est europeo).
Da alcuni docenti sono stati illustrati gli strumenti di governo urbano più innovativi utilizzati per favorire l'integrazione delle comunità di immigrati: i progetti di rigenerazione urbana in Inghilterra, le politiche di sviluppo urbano e solidale promosse dalla Comunità europea.
Il campus ha toccato e dialogato con varie realtà locali: Fiesole, Livorno crocevia di culture e di genti diverse, Pisa, Prato il mosaico urbano contemporaneo, Firenze la cui storia cosmopolita è oggi alla prova di nuove contaminazioni, Empoli e la realtà della rete integrata dei piccoli Comuni. In tutte queste realtà locali al dialogo con le istituzioni ha fatto da contrappeso il contatto diretto con le realtà dell'abitare degli immigrati, anche nella forma più dura: il centro profughi di Vallescaia, i centri di accoglienza. Il campo nomadi di Pisa: quando vi siamo arrivati, ci siamo limitati ad osservare dall'esterno della recinzione, per il pudore di non invadere quel tessuto di baracche e lamiere in cui era stato inghiottito il progetto che un architetto dell'ufficio tecnico del Comune di Pisa ci aveva stato illustrato con plastici e tavole ben disegnate. E' bastato che i Rom del campo sentissero brandelli di una lingua conosciuta, il macedone e il serbo-croato parlato da alcuni partecipanti al campus, per sciogliere ogni diffidenza e siamo stati tirati dentro, davanti a una tv in cui veniva trasmesso un filmato girato dopo le distruzione delle case dei Rom in Kossovo. Le loro case, i loro morti.
Ma il campus è stato anche la rivisitazione di luoghi storici dell'incontro tra culture: palazzi, piazze, chiese e sinagoghe (di grande effetto la discussione tra l'architetto israeliano Yoram Ginsburg e il rabbino capo di Livorno sull'orientamento dell'asse della nuova sinagoga: verso Gerusalemme, come è stata realizzata, o verso una maggiore apertura al quartiere circostante?).
La discussione interna al gruppo dei partecipanti ha avuto momenti collettivi e fasi di lavoro di gruppo. I gruppi di lavoro (territorio, trasversalità, partecipazione, progetto) hanno prodotto contributi tematici che sono stati riorganizzati nella Carta delle progettazione interculturale, una serie di orientamenti rivolti in particolare agli interventi della pubblica amministrazione in materia di inserimento ed integrazione urbana degli immigrati, per il superamento di condotte improntate da una inferiorizzazione della condizione abitativa degli immigrati. Ma il campus è stata anche l'occasione di un confronto intenso ed entusiasmante che non si è limitato alle situazioni formali di lavoro, che ha prodotto relazioni profonde e la volontà di non disperderle, di mantenere attiva una rete di scambi e di esperienze che attraversa tutta l'Europa.

Corrado Marcetti, Nicola Solimano
coordinatori del campus


La Carta della progettazione interculturale è stata redatta nell'ambito dei lavori del campus "Le culture dell'abitare" all'interno del progetto Portofranco. Toscana dei popoli e delle culture, promosso dal Dipartimento per l'istruzione e la cultura della Regione Toscana. Al campus hanno partecipato ricercatori e operatori di diversa provenienza e formazione, docenti che hanno riportato linee di riflessione ed esperienze progettuali da diverse realtà europee. Lo svolgimento del campus si è articolato in lezioni, illustrazione di casi, confronti con istituzioni e associazioni locali, visite ad alcune significative realtà dell'immigrazione. La discussione interna al gruppo dei partecipanti ha avuto momenti collettivi e fasi di lavoro di gruppo. I gruppi di lavoro (territorio, trasversalità, partecipazione, progetto) hanno prodotto contributi tematici che saranno riorganizzati in un documento di accompagnamento alla Carta, che ne riprende i principi e le linee di intervento.

i Coordinatori

Partecipanti
Andrea Aleardi, Giovanni Allegretti, Claudio Angelini, Claudio Anichini, Dimitris Argiropoulos, Mohamed Badaoui, Filomena Caradonna, Massimo Colombo, Manuela Conti, Eusebio De Cristofaro, Antonio De Luca, Fanny Di Cara, Dariuche Dowlatchahi, Luca Emanueli, Roberto Folini, Gianfranco Franz, Yoram Ginzburg, Harlan Koff, Michele Lancuba, Ilaria Lenzi, Lence Makarowska, Benneth Osita Okafor, Adriano Parretti, Annalisa Pecoriello, Camilla Perrone, Franco Pisani, Renza Renzi, Donato Sabia, Khalil Tayeh, Eleni Tracada, Lorenzo Tripodi, Arsim Zekolli

Relatori
Daniel Behar Istituto di Urbanistica di Parigi - Università "Paris XII"
Andrew Brammidge Direttore della Cityside Regeneration ltd., Londra
Nino Bogazzi Architetto, associazione "Habiter au quotidien", Parigi
Paolo Castignoli Direttore dell'Archivio di Stato di Livorno, storico locale
Silvano D'Alto Sociologo ambientale, Università di Pisa
Claire Duport LAMES, Laboratorio Mediterraneo di Sociologia, Aix-en-Provence
Claude Jacquier Incaricato di ricerca al CNRS - Istituto di Studi Politici Università "Pierre Mendes" France
Paola Jervis Architetto, ha realizzato ricerche e progetti nei paesi del Maghreb
Franco La Cecla Urbanista e antropologo, Università di Palermo e di Parigi
Philippe Oswald LAMES, Laboratorio Mediterraneo di Sociologia, Aix-en-Provence
Michel Pelissier Presidente di Sonacotra (Parigi)
Marie-Noelle Rosenweg Direttrice di Sonacotra (Parigi)
Kersti Ruthstrom Dirigente dell'Ufficio Integrazione della città di Stoccolma
Carlo Salvianti Dirigente dell'Ufficio Cultura del Comune di Livorno, storico locale
Antonio Tosi Sociologo urbano, Politecnico di Milano, Comitato scientifico Fondazione Michelucci
Dalila Zidi Consulente per l'inserimento alloggiativo del Comune di Parigi

Carta della progettazione interculturale
Abitazione e insediamento urbano hanno sempre giocato un ruolo decisivo nel produrre l'inclusione o l'esclusione dei migranti; con l'acuirsi della crisi del modello metropolitano, la ridefinizione dei confini e delle gerarchie urbane e sociali si manifesta in maniera ancora più evidente nella dimensione abitativa e territoriale. La casa rappresenta oggi, nel contesto italiano, la più critica delle condizioni dell'inserimento urbano degli immigrati. Se è vero che la grande maggioranza degli immigrati non è senza casa (una integrazione avvenuta senza uno specifico sostegno assistenziale), ad una osservazione più ravvicinata il modello prevalente (in particolare nel Centro-Nord dell'Italia) appare come un modello di inserimento subordinato: solitamente gli immigrati devono ricorrere ad abitazioni sotto standard, a un patrimonio fuori mercato, a edifici che risultano irrecuperabili alle esigenze della popolazione locale. Anche forme di discriminazione agiscono in modo selettivo nei confronti degli immigrati: molti immigrati non poveri sono mal alloggiati, le loro sistemazioni sono tendenzialmente peggiori o più costose di quelle accessibili a popolazioni locali con le stesse caratteristiche di reddito; immigrati 'normalmente poveri' sono spesso senza casa. Per chi è rimasto escluso dal mercato, sono cresciute situazioni di assoluta gravità come l'apartheid dei "campi nomadi", le baraccopoli, i poveri manufatti autocostruiti e altre forme di disperazione abitativa. La considerazione degli immigrati come problema sociale (o, al meglio, come risorsa economica) ha spinto verso questo abitare inferiorizzato. Sul versante delle politiche abitative, un ruolo preponderante hanno avuto i "Centri di prima accoglienza", contenitori indifferenti ai progetti individuali e ai portati culturali collettivi, legati ad una logica 'educativa', di assistenza e di controllo più che di promozione di autonomia; le azioni innovative rispetto questo modello sono state poche, e spesso limitate a sperimentazioni locali. Sul versante urbano, il modello italiano di integrazione dei migranti non ha le caratteristiche delle grandi città europee: non c'è la stata la politica francese di assimilazione (che dal punto di vista abitativo si è tradotta poi nella scelta della mixitè indirizzata ai logement sociaux delle periferie urbane), né la forte caratterizzazione territoriale dei quartieri etnici inglesi. Nonostante il discorso pubblico sulla presenza urbana degli immigrati in Italia sia dominato dall'ossessione della 'concentrazione', la geografia dell'inserimento abitativo degli immigrati è piuttosto una geografia diffusa e interstiziale, costruita da tasselli che s'inseriscono nel tessuto urbano. Non esiste nel nostro contesto una particolare vocazione di parti della città ad attrarre l'insediamento di immigrati. Può trattarsi di centri storici che stanno subendo una serie di trasformazioni e di sostituzioni di popolazione, di quartieri periferici di edilizia minore, di borghi urbani ricompresi nello sviluppo metropolitano, oppure di quartieri residenziali dove la coabitazione di gruppi numerosi di immigrati consente di affrontare i costi proibitivi dell'affitto. L'inserimento ha interessato assai meno (e solo recentemente) i complessi di edilizia economico-popolare, per la insufficienza cronica del patrimonio di edilizia sociale che ha caratterizzato la politica della casa in Italia.

Rispetto ai modelli di integrazione-promozione presenti in Europa, che comprendono insieme le dimensioni urbane, sociali, amministrative, politiche, la condizione di inserimento subordinato degli immigrati rappresenta una rottura del modello della convivenza urbana, un disequilibrio nei valori e nelle di forme di rappresentanza, un fattore di crisi del senso storico della città. Una nuova idea della cittadinanza urbana è legata strettamente ad una azione decisa contro ogni forma di segregazione e di subordinazione delle popolazioni che abitano la città. Una città plurale, ospitale, permeabile, è lo spazio propedeutico ad una nuova democrazia locale.

Per una città plurale e ospitale

1. Gli immigrati non sono 'il problema' della città, ma sono parte importante nella soluzione dei suoi problemi, nel rinnovo della sua identità. Gli ospiti, gli immigrati, le nuove genti coproducono la città plurale.

2. Di fronte allo squilibrio di risorse tra il mondo ricco e il mondo povero, la città plurale accoglie chi fugge la fame e la guerra e lo sostiene nel suo progetto di vita.

3. A nessuna persona e a nessun gruppo può essere destinata una condizione di abitare inferiore o di relegazione urbana sulla base della sua provenienza, della sua cultura, della sua religione, della sua lingua, della sua condizione sociale.

4. Ogni immigrato ha diritto a partecipare alla vita urbana e sociale come individuo, come comunità, come minoranza. Individuo, comunità e minoranze hanno diritto alla visibilità e alla dignità urbana degli spazi destinati alla libera espressione della loro cultura, alla vita associata e all'esercizio del culto.

5. Gli interventi per promuovere l'inserimento abitativo e urbano degli immigrati devono tener conto della complessità della società urbana e fondarsi su questi 4 principi:
- l'approccio globale (guardare alla città nel suo complesso, migliorare l'habitat generale);
- l'approccio trasversale e integrato (integrare attori specializzati, superare la compartimentazione dei settori di competenza, rinnovare sistemi e stili di lavoro. Il progetto deve essere frutto di negoziazione creativa tra i partner e di una capacità di governare contraddizioni e conflitti);
- l'approccio territoriale (collegare le politiche generali a specifici ambiti territoriali, mobilitarne le energie, le risorse sociali e istituzionali locali, valorizzarne la specificità);
- l'approccio progettuale (partecipazione e partenariati non si costruiscono in astratto: solo l'elaborazione di progetti e obbiettivi specifici consente una mobilitazione costruttiva degli attori istituzionali e sociali).

Le politiche e le azioni

1. L'Accoglienza
Se i Centri di prima accoglienza sono stati una risorsa nel periodo immediatamente successivo all'arrivo delle persone migranti, permettendo a molti di trovare un alloggio seppur precario, non si sono però dimostrati altrettanto efficaci nel medio-lungo periodo. Queste strutture sono state utilizzate in molti casi come 'surrogati abitativi permanenti' e quindi fruite da un numero limitato di immigrati. La scarsità di appartamenti pubblici disponibili e la difficoltà ad accedere al mercato dell'alloggio a fitto moderato, ha impedito un reale ricambio dei posti a disposizione all'interno dei Centri di accoglienza creando, al tempo stesso, anche una situazione di più difficile controllo. A questo si deve aggiungere che la qualità abitativa dei Centri è spesso insoddisfacente, per limiti intrinseci di questa tipologia o per la cattiva qualità delle realizzazioni. La Toscana dispone di una buona rete di strutture di accoglienza, che rappresenta una risorsa del territorio, che va recuperata e riprogettata in base alla varietà dei bisogni abitativi degli immigrati, al ruolo, alle risorse e alle caratteristiche specifiche delle aree di ospitalità. Diversi Centri di accoglienza vanno trasformati in alloggi sociali (tipologia prevista dalla Legge nazionale sull'immigrazione). Le strutture destinate all'accoglienza devono potenziare e riqualificare i servizi offerti agli immigrati. Le azioni

La qualità dell'accoglienza urbana La città plurale nel suo complesso è accogliente e conviviale, riscopre e valorizza gli usi civici dei suoi spazi, ricostituisce una moderna dotazione di elementi di servizio all'accoglienza e alla convivialità come le attrezzature di sosta o di igiene e destina risorse alla cura dei luoghi interessati. Favorisce la realizzazione di luoghi di scambio e di servizi (i mercati internazionali, le biblioteche multiculturali, i bagni turchi).

I Centri di accoglienza Spostare la priorità degli interventi verso l'abitazione non vuol dire ignorare l'esistenza di una quota, non assolta, di fabbisogno legato alla pronta accoglienza. Strutture di accoglienza sono ancora necessarie, purché intese come soluzioni specifiche, non sostitutive di forme abitative ordinarie. Esse possono svolgere quindi la loro funzione se esiste attorno una gamma di offerte che consenta di uscire dai Centri e di avviare percorsi abitativi. Centri di accoglienza così concepiti possono rispondere al bisogno di prima accoglienza di nuovi arrivati o all'arrivo di profughi.

Le foresterie Sono strutture in cui l'aspetto abitativo è ridotto al minimo, mentre vi sono presenti in maniera significativa servizi di accompagnamento all'alloggio, al lavoro, alla formazione. Possono riguardare immigrati in condizione di difficoltà sociale o lavorativa; immigrati non poveri e non marginalizzati, ma in difficoltà a reperire un alloggio; lavoratori stagionali; immigrati caratterizzati da mobilità interna al territorio nazionale.

Gli alloggi di emergenza Sono sistemazioni temporanee per persone che si trovano in particolari o improvvise situazioni di difficoltà; oppure per migranti che perdono il lavoro, l'alloggio o entrambi; o per donne che si trovano in difficoltà alloggiativa per problemi legati alla maternità. L'idea generale è comunque quella di una struttura alloggiativa temporanea a basso costo, che risponde ad un bisogno urgente per un tempo limitato.

L'alloggio sociale L'alloggio sociale o di 'inserimento' è utilizzato per singoli o famiglie il cui percorso di inserzione sociale è già avanzato, per sostenerli nella fase di una ricerca autonoma di una sistemazione alloggiative. E' importante assicurare che questi alloggi siano il più possibile simili a normali abitazioni. La permanenza non deve superare i due anni. Non hanno gestione esterna, ma le persone presenti possono essere sostenute da un percorso di accompagnamento all'alloggio autonomo.

Dalla gestione all'accompagnamento La gestione dei Centri di prima accoglienza (così come dei foyer nell'esperienza francese) si è caratterizzata prevalentemente in chiave assistenziale, pedagogica e di controllo. Questo approccio ha spesso provocato passività negli ospiti dei Centri, contribuendo con altre cause ad uno scarso ricambio dell'utenza e ad un costo notevole dei servizi offerti.

La formazione degli operatori Come già in altre esperienze europee, è necessario un passaggio fondamentale nella formazione degli operatori (pubblici e del privato sociale) verso una cultura dell'accompagnamento, per favorire l'autonomia delle persone e delle famiglie con efficacia e misurabilità dei risultati. La rete preziosa degli operatori va sostenuta con processi di aggiornamento e formazione continui, anche in riferimento all'evoluzione delle esperienze e degli scenari europei.

Le agenzie per l'alloggio Nate (in riferimento ad altre esperienze europee) come strumento per abbattere il pregiudizio nei confronti degli immigrati che si confrontano con il mercato della casa, hanno svolto un ruolo importante che può essere rafforzato attraverso un più stretto collegamento con il sistema delle strutture di accoglienza.

Chiudere i "campi nomadi" I campi nomadi rappresentano oggi in Italia e in Toscana una forma intollerabile di apartheid verso le popolazioni zingare. Già la Legge regionale ne prevede il superamento, ma per i campi di grandi dimensioni è indispensabile integrare le risorse e le previsioni della Legge con strumenti più forti di rigenerazione territoriale (i Pru, i contratti di quartiere). La Regione deve promuovere un piano di medio termine (2 anni), concertato con le amministrazioni locali, per la chiusura dei grandi "campi" e la predisposizione di un ventaglio di alternative di tipo abitativo, con la partecipazione dei gruppi e delle famiglie rom.

I Centri di permanenza temporanea sono surrogati carcerari che niente hanno a che fare con le forme civili dell'accoglienza, ma che spesso interrompono percorsi di inserimento faticosamente intrapresi.

2. L'Abitare
La città è l'organismo per l'integrazione e la coabitazione, attraverso l'abitare e nella relazione tra abitare e vita sociale. La qualità dell'abitare è funzione anche e soprattutto del sistema di relazioni con lo spazio pubblico e della accessibilità ai servizi. Recuperare radicalmente e rafforzare il valore d'uso della città contribuisce a rovesciare la regola per cui il valore abitativo è costituito dal valore immobiliare di mercato, dalle vicinanze omogenee di origine e di censo. E' la qualità dell'abitare concreto, della coabitazione tra culture e saperi diversi, della partecipazione, che dà valore ai territori della città plurale. L'immigrazione è fenomeno strutturale e dinamico, destinato a incidere sul tessuto urbano e sulla forma della città in maniera continua e profonda. Chi pensa di fermare questo processo di modificazione dello spazio urbano attraverso l'esclusione, per conservare un'idea statica di spazio, ignora la storia stessa della città. Anche sotto la pressione degli arrivi e delle situazioni di disagio abitativo, va abbandonata la prassi dell'emergenza. Il carattere emergenziale degli interventi porta a processi autoreferenziali, decontestualizzati, che non valorizzano le risorse soggettive degli immigrati. Costruire "casa" e non alloggi è la condizione per rispondere ai bisogni abitativi di tutti gli abitanti. Il progetto dell'abitare si deve legare al territorio e ai suoi abitanti facendone emergere le specificità, non imponendo modelli. I luoghi e le differenze dell'abitare sono parte della complessità urbana, della città plurale. Le azioni concrete assorbono i caratteri di complessità dal reale, non impongono schemi e semplificazioni. Il carattere articolato dei processi progettuali per l'abitare è valore, non connotato negativo. La costituzione di percorsi di accesso all'abitazione per le nuove genti richiede un rafforzamento delle politiche generali, ma anche azioni specifiche, mirate a rimuovere localmente gli ostacoli che ne impediscano o rallentino il compimento.

Le azioni
- Lasciare che le flessibilità sociali modifichino le rigidità formali. Le leggi, i regolamenti e gli standard si rivelano spesso ostacolo più che elemento di tutela per la qualità dell'abitare. L'ossessione burocratica scoraggia sperimentazione e innovazione, e disperde il patrimonio culturale di chi è ospite. E' necessario individuare, anche a livello locale, margini di flessibilità della norma.
- Potenziare la disponibilità del patrimonio pubblico a finalità sociale favorendo processi di autorecupero del patrimonio dismesso o non abitativo e riconoscere il valore e le potenzialità delle esperienze di autorecupero in corso.
- Creare contesti favorevoli allo sviluppo e al rafforzamento dei soggetti attivi nel campo dell'alloggio sociale; facilitare partenariati fra istituzioni e attori del terzo settore impegnati nell'ambito abitativo; promuovere l'autonomia di una imprenditorialità sociale non profit nel campo dell'edilizia sociale.
- Incentivare e diversificare le politiche di sostegno economico per l'accesso all'abitazione con risorse finanziarie a livello locale, costruendo "contenitori finanziari di spesa" finalizzati all'alloggio sociale.
- Potenziare e diffondere le "agenzie per l'alloggio sociale" che svolgono funzioni di mediazione per l'accesso al mercato privato degli affitti.
- Considerare adeguatamente per l'accesso all'alloggio pubblico le situazioni che caratterizzano frequentemente le forme di disagio alloggiativo degli immigrati (sovraffollamento, alloggio improprio, coabitazione, antigienicità, abitare informale).
- Valorizzare e potenziare processi di rigenerazione di aree problematiche della città, di quartieri in crisi, attraverso politiche integrate e partecipate di intervento che garantiscano la permanenza degli abitanti.
- Promuovere studi riguardanti la progettazione e la realizzazione di edifici con bassi canoni d'affitto che mantengano un buon rapporto fra costi di realizzazione e qualità abitativa.

3. Partecipazione e comunicazione
I processi di conoscenza vanno intesi in forma reciproca: le azioni più efficaci sono quelle che maturano nei processi di partecipazione e confronto a scala territoriale e riguardanti l'insieme degli abitanti. Il passaggio ad una società interattiva assume l'identità urbana come progetto, l'appartenenza come luogo aperto, il sistema di regole come ricerca di valori condivisi. Il diritto di voto amministrativo non è la soluzione al problema della cittadinanza locale ma è una condizione necessaria. Al suo fianco deve crescere la cittadinanza concreta nell'abitare quotidiano. La partecipazione - luogo del passaggio dal 'progettare per' al 'progettare con' gli abitanti - permette di definire un modello di agire centrato sulla presenza contestuale e sull'equilibrio fra i doveri e i diritti, rafforzati dalla collaborazione attiva alla costruzione dello spazio. La partecipazione è però soprattutto un luogo di ascolto e recupero della materialità del costruire lo spazio, è un progetto che prende avvio dai modi di vivere i propri luoghi quotidiani di riferimento per approdare a quelli di interesse collettivo. I percorsi di partecipazione devono muovere da una base volontaria e mai forzata e tradursi in esiti concreti e visibili. Questa è la vera occasione della città che le amministrazioni locali devono cogliere.

Le azioni
- Destinare risorse ai processi di partecipazione (luoghi di incontro, mezzi di comunicazione, promozione dell'informazione).
- Promuovere una "riconciliazione fra memorie del territorio" analizzando le diverse forme di migrazione che lo hanno interessato (emigrazione interna, verso altri paesi, inurbamento, immigrazione dall'estero).
- Realizzare, col concorso di diversi soggetti, atlanti di documentazione delle pratiche abitative, dei processi spontanei e guidati di insediamento, delle trasformazioni operate nei complessi abitativi e nei contesti territoriali, delle esperienze innovative e dei modi di espressione delle diverse culture interagenti sul territorio, degli iter progettuali e dei loro esiti.
- Garantire un ascolto attento alle differenze di abitanti e ospiti, alle loro specificità culturali, priorità, valori e progetti abitativi.
- Lavorare sulle tipologie abitative, modificando radicalmente i modelli correnti in ragione delle indicazioni emerse dalle singoli concertazioni.
- Formare in maniera qualificata figure o luoghi di 'mediazione territoriale' in grado di condurre:
- processi di negoziazione e modelli di trattativa sia verticale che orizzontale tra gli attori istituzionali e gli abitanti del territorio;
- interpretazione dei conflitti e interventi di decostruzione dei pregiudizi reciproci tra culture e gruppi di diversa provenienza;
- promozione di socialità e di conoscenza reciproca.
- Riconoscere dignità non solo ai luoghi formali di confronto a conflittualità 'attenuata' (riunioni, assemblee, questionari) ma anche ai processi spontanei o organizzati che si esprimono in maniera conflittuale.
- Garantire che ogni processo partecipativo, quand'anche per ragioni contingenti non dovesse tradursi in risultati immediati, lasci sul territorio traccia di sé.

4. Autonomia e responsabilità
La città plurale deve formare i cittadini all'autonomia e alle responsabilità della nuova realtà urbana. E' una responsabilità che non si crea per decreto, né si può richiedere unilateralmente; la si costruisce, giorno dopo giorno, sui territori urbani, in maniera localizzata, mettendo in opera attività che favoriscono la partecipazione degli abitanti di un territorio alla vita della città plurale. Questa costruzione non dipende solo dalla volontà dei singoli (operatori pubblici o privati, abitanti immigrati e non): si tratta di un processo che, per potersi sviluppare, presuppone una capacità di integrazione dell'organizzazione sociale ed istituzionale delle città, la creazione di strumenti e procedimenti democratici adeguati. E' necessario ogni soggetto impegnato sul versante della progettazione interculturale superi gli atteggiamento di tipo culturalista, pedagogico, assistenziale, per adottare una visione dinamica della cultura e della condizione materiale degli immigrati. Un approccio metodologico e progettuale corretto non crea dipendenza, non cronicizza le situazioni di disagio, si autoannulla nel progresso dell'azione.
Le azioni
- Formare alla reciprocità, all'autonomia e alla responsabilità gli operatori degli enti locali (uffici tecnici, uffici immigrati, servizi sociali) e del terzo settore.
- Garantire agli operatori opportunità di comunicazione e la formazione transnazionale.
- Non interrompere i processi di autonomia, anche quando essi danno vita a situazioni informali (accampamenti abusivi, baraccopoli, uso improprio di spazi abitativi e produttivi), nel vuoto di alternative concrete e concertate con gli abitanti.
- Gli sgomberi e gli allontanamenti forzati annullano gli sforzi di inserimento e spingono verso forme di marginalità ancora più estreme.
- Le azioni devono essere indirizzate ad accrescere le risorse soggettive, a rafforzare i percorsi di autonomia, ad assecondare utilizzi diversi dello spazio urbano.

5. Le politiche integrate di sviluppo urbano e solidale
I percorsi migratori sono l'esito dell'interazione fra i singoli progetti migratori (motivazioni individuali di partenza e loro modificazioni nel tempo) e il territorio (inteso come organismo vivente e come l'insieme delle condizioni ambientali sociali, economiche, politiche, culturali, con cui l'abitante-migrante interagisce). Gli approcci trasversali permettono lo sviluppo dinamico delle diverse dimensioni coinvolte, e consentono di produrre effetti superiori a quelli che potrebbero essere ottenuti dalla loro attuazione isolata. Le politiche settoriali, che spesso mancano di una visione sistemica dei fenomeni, mostrano limiti di efficienza e di efficacia, provocano risposte rigide nella società, nel territorio e nel tempo, con effetti collaterali quali l'eternalizzazione della condizione, la delega alle tecniche monodisciplinari, l'azione emergenziale e discriminante. E' proprio nelle aree di sovrapposizione tra le politiche che sta la capacità di cogliere la totalità dell'individuo, il suo interagire complesso con la società, il costruire i riferimenti per il suo percorso. Le politiche integrate permettono inoltre di superare le logiche assistenzialistiche e la spirale delle rivendicazioni particolari che si accendono attorno alle politiche specifiche (casa, servizi, prestazioni del welfare) sollecitando negli abitanti una responsabilità diversa verso i problemi del loro territorio e la loro gestione. Le politiche integrate sono in grado di condurre una negoziazione più forte con i vari livelli degli organismi di finanziamento, sollecitando in questi dei percorsi di rinnovamento dei sistemi di gestione politico-amministrativa della città. Le politiche locali integrate rinforzano le dinamiche di sviluppo generali, sdrammatizzano le immagini di crisi dei quartieri e delle forme della convivenza. Partecipazione, mediazione, coordinamento tecnico-politico, promozione del territorio a sistema e condivisione dell'informazione sono strumenti per l'analisi e per lo sviluppo dello sviluppo di azioni integrate tra le dimensioni sociali, economiche e ambientali dei problemi urbani.
 
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Idea progettuale Percorso progettuale Elaborazione progettuale Percorso amministrativo Strumenti del progetto
CAMPUS donne CAMPUS parola e scrittura CAMPUS storia e memoria CAMPUS religioni CAMPUS abitare  


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