Il Campus sulle culture della storia e della memoria
FATTORIA DI SAN PANCRAZIO - BUCINE 24/07/2000 CAMPUS STORIA E MEMORIA: PRIMA GIORNATA
I lavori sono cominciati alle 10,30 con i saluti dell'assessore alla cultura del comune di Bucine e di Lanfranco Binni, coordinatore regionale di Portofranco. Quindi Bruno Cartosio, uno dei due coordinatori del Campus ha introdotto i lavori entrando subito nel merito: da un lato la memoria storica come questione cruciale ma irrisolta nella vita sociale e politica del nostro Paese (ricordando tra l'altro che il Campus si svolge in un luogo dove, durante la seconda guerra mondiale, si è consumato un eccidio nazifascista), dall'altro il tema squisitamente antropologico costituito dal fatto di essere diventati da nazione di emigranti, terra di immigrazione.Se la memoria dell'immigrazione degli italiani nelle Americhe di cento anni fa registra il fatto che esistevano a quei tempi "compagnie di navigazioni" legali che attraversavano l'oceano, oggi assistiamo all'approdo sulle nostre coste di "carrette della disperazione", ciò per dire della grande differenza fra i due eventi e in generale della regressione civile di cui questo episodio è viva testimonianza quotidiana. Gli immigrati infatti sono spesso considerati come NON-PERSONE alla stessa maniera di come i nazisti pensavano le vittime della loro repressione.Cartosio conclude il suo intervento con un appello al "ragionare in grande" e in maniera multidisciplinare. Infine la citazione di un detto indiano-americano: "la verità è fatta da molte voci". E il Campus vuole essere una di queste.
Quindi si è passati alla autopresentazione dei partecipanti al Campus, i quali rappresentano uno spaccato della società civile toscana: ricercatori, archivisti, volontari, insegnanti, preti, operatori culturali che hanno in comune l'interesse per le tematiche in oggetto e la speranza di riuscire a disegnare un progetto forte per la regione.
Nel pomeriggio Mario Spiganti del Centro Risorse Educative e Didattiche di Poppi ha mostrato due videotapes prodotti dalla Comunità Montana del Casentino, "I canti e le immagini della carbonia" con un bellissimo canto in ottava rima di un anziano fabbro e "Memorie di guerra", una ricognizione sulle memorie della seconda guerra mondiale portate nelle aule di una scuola media. Spiganti, come altri intervenuti, ha sottolineato la necessità (e la difficoltà) di creare archivi digitali non solo a livello locale ma regionale.
Quindi è stata la volta della prima relazione del Campus, tenuta dall'antropologa Mila Busoni e intitolata Scelte strategiche del ricordo e dell'oblio. Popoli, eventi, rappresentazioni.
La relazione è stata molto densa e quindi difficile da sintetizzare in poche battute. Comunque in una prima parte si è insistito sulla necessità inderogabile di formare gli insegnanti delle scuole all'interculturalità e a un sobrio relativismo, ma anche di formare la società nel suo complesso alla comprensione delle differenze culturali.
Un'argomento forte di riflessione, infatti molto discusso durante il dibattito sulla relazione, è stato quello dell'infibulazione e del come prendere posizione di fronte a questo genere di fenomeni. Mila Busoni pensa che il relativismo non può spingersi fino ad accettare delle cosiddette "tradizioni"che violentano i corpi, tanto più che non esiste nessuna società al mondo dove non vi siano opinioni diverse e conflittuali (al contrario dell'immagine armonicista e falsa delle società "primitive"dominante in Occidente). E' invece un dovere non solo impedire che tali pratiche vengano perpetrate sul nostro territorio ma anche e specialmente quello appoggiare le voci e i movimenti che in quei paesi "altri" gli si oppongono. Lo scopo di una didattica critica è infatti quello di esplicitare le differenze, rendere visibile i conflitti e le asimmetrie di potere.
La seconda parte della relazione ha presentato un'analisi etnografica di due popolazioni: i Saramaca del Suriname e i Manush, degli zingari stabilitisi da tempo in Francia, che raccontano due diversi modi di rapportarsi alla memoria e quindi all'identità che mettono in evidenza come questa sia sempre frutto di una negoziazione di significati. Se i Saramaca presentano come caratteristica una eccezionale capacità di conservare la memoria della storia della loro guerra di liberazione dalla schiavitù avvenuta nel XVII secolo, dove la trasmissione della memoria si identifica con la possibilità di continuare a vivere oggi, i Manush invece salvano l'eternità del gruppo attraverso una complessa strategia dell'oblio che fa sì di far continuamente interrogare ciascuno di loro sui significati dispersi e nascosti nello spazio e nel tempo.
E' seguito un ricco dibattito nel quale sono emerse varie tracce di quel lavoro che si svolgerà nei prossimi giorni. Questioni, ad esempio, come quella del legame tra memoria, oblio e conflitto; del perché, del come e del quando un evento si ricorda o, viceversa, si dimentica. Oppure di come la ricerca storica basata sulle fonte orali mostra come non sia possibile pensare a una "compattezza" del passato e, conseguentemente, dell'identità e, ancora, di come il ricordare significhi non riterritorializzarsi in un improbabile passato ma contribuire alla costruzione del presente e all'immaginazione del futuro. Un passaggio del dibattito è stato dedicato alla necessità politica di non fare sempre e solo la storia delle vittime ma anche quella dei carnefici, in maniera tale da opporre una ulteriore barriera alle possibilità che le tragedie si ripetano. Un'altra esigenza emersa è quella di un'approfondimento della critica alla storia di stampo positivistico e se invece è possibile pensare a una storia dialogica. Ma questo è già il tema della seconda giornata.
In serata tutti i partecipanti al Campus si sino recati alla mostra sul '900 allestita dal centro di ricerche storiche di Badia Agnano e successivamente alla Casa del Popolo di Mercatale per un incontro con i soci, tra i quali alcuni dei fondatori della Casa nel dopoguerra. Un dibattito animato è nato dalle considerazioni dei soci circa il fatto che non sono ancora riusciti a "passare il testimone" dell Casa del Popolo alle giovani generazioni, fatto di cui non appare ben chiaro la/le motivazioni che invece alcuni del Campus attribuivano alla mancanza di un progetto conflittuale di società che potesse mettere in comune le esperienze e i desideri transgenerazionali di oggi così come fu per gli "eroici" periodi della costruzione di massa delle Case del Popolo in tutta la regione negli anni '40-'50 del secolo scorso.
FATTORIA DI SAN PANCRAZIO - BUCINE 25/07/2000 CAMPUS STORIA E MEMORIA: SECONDA GIORNATA
L'intera mattinata è stata dedicata dal Campus alle "tecnologie della memoria" utilizzate dalla storiografia orale. Relatori sono stati due fra gli studiosi italiani più attenti a questa metodologia di ricerca. Cesare Bermani - l'autore di Pagine di guerriglia(una storia orale dei partigiani di Valsesia in quattro volumi) - ha introdotto l'argomento sfatando il luogo comune che vuole la storia orale una invenzione recente e mostrando che già Erodoto e Polibio, riconosciuti padri fondatori della storiografia occidentale, erano in qualche modo degli oralisti. Il vero problema è costituito dal fatto che la storia orale produce quasi sempre delle verità scomode per la rappresentazione pubblica che si fa, o si vorrebbe venisse fatta, della propria identità tanto individuale che collettiva.Tuttavia anche se è sempre bene considerare che "racconto" e "storia" non si identificano mai del tutto, quella cultura che non è più capace di raccontarsi è una cultura ormai persa e condannata al dissolvimento.
La storia orale inoltre permette di valorizzare l'immaginazione, un territorio tradizionalmente escluso dalla storiografia positivistica, e di lasciarsi quindi "rapire" dal racconto. Infine Bermani ha sottolineato l'importanza di cogliere la narrazione come un qualcosa che varia sempre rispetto alle relazioni politiche e sociali in cui è inserita.
Quindi è stata la volta di Alessandro Portelli, autore di un importante libro di storia orale - L'ordine è stato eseguito - sull'attentato partigiano di Via Rasella a Roma e l'eccidio nazista alle Fosse Ardeatine. Infatti il suo intervento ha preso il via da una riflessione su di un fenomeno poco analizzato e cioè che non è raro trovare paesi italiani che hanno maturato una memoria antipartigiana, assieme alla più "tradizionale" e forse rassicurante memoria dell'eroica resistenza al nazifascismo.
Questo ci riporta alle domande fondamentali che lo storico che utilizza le fonti orali ha sempre presente: che cosa è successo?/che cosa si racconta? Dunque il problema di come e quanto la soggettività e del ricercatore e del soggetto che viene interpellato influisce sul prodotto finale del lavoro storiografico. In realtà - pensa Portelli - anche le fonti scritte sono pregne di soggettività, solamente che è più nascosta e difficile da rendere evidente.
Bisogna sempre aver presente la voglia e il bisogno di ciascuno di essere presenti nella storia ed è questo bisogno a determinare anche eventuali torsioni della memoria che fanno essere in quel posto e a quel momento chi in realtà non c'era (e non esserci dove in verità si era, se invece il bisogno è rappresentato dall'oblio). Quindi, il complicato rapporto tra autobiografia e storia, tra pubblico e privato e tra individuo e comunità illumina quelle che sono forse le differenze essenziali tra storia degli eventi materiali e storia della memoria. E' quest'ultima che infine ci dà il senso che le cose del passato acquisiscono per l'oggi.
Nel pomeriggio c'è stato l'intervento, ma forse bisognerebbe dire la performance, di una giovane antropologa europea-africana-italiana-calabrese (la definizione è sua), Geneviéve Makaping, nata e vissuta in Camerun fino all'eta di venti anni e poi arrivata clandestinamente in Europa dove risiede da ventidue anni e dove oggi è registrata come cittadina italiana. Il suo Diario di una emigrata Bamileké è stata quindi l'occasione di assistere a una lezione di antropologia attraversata continuamente da frammenti, ora comici ora drammatici, della narrazione della propria storia di vita: una antropologia del sé. Makaping ci ha dunque mostrato l'assurdità della nozione di identità, quando per identità si vuol intendere qualcosa di stabilito una volta e per sempre e si è proposta come l'esemplificazione vivente di come invece l'identità e la memoria sono sempre una specie di cantiere dove i lavori sono perennemente in corso d'opera. D'altronde lei proviene da una zona del mondo dove fino a poco tempo fa vigeva una civiltà orale e che ha subito violentemente l'alfabetizzazione scritturale durante la colonizzazione. Ancora oggi, per lei, scrivere appare come un esercizio faticoso e tuttavia il tenere un Diario del suo attraversamento di barriere spaziali, temporali e mentali le è servito a mettere dei "segni" che la aiutano a dare ragione dell'eccedenza di senso e di cose che le sono accadute e le accadono quotidianamente. Ogni segno in questo senso è anche una "sosta" lungo il viaggio e che serve a non dimenticare, a non perdere la memoria del bello e del brutto. La mia identità, dice Geneviève Makaping, è la somma di tutti questi segni e di tutte le soste. Il grande problema è piuttosto quello di riuscire a farsi ascoltare e comprendere, far sì di poter accedere alle memorie e alle storie degli altri e viceversa.
Per ciò che concerne l'intercultura, dunque, la necessità è quella di degerarchizzare tutte le appartenenze e le identità. Intercultura è forse poter finalmente rispondere alla domanda "Qual è la tua cultura?" che essa consiste in tutte le culture che si attraversano durante la propria storia.
I serata si è raggiunto il Centro Interculturale "Terra dove andare" di Terranuova Bracciolini dove il Campus ha partecipato a un incontro conviviale con moltissimi giovani, operatori culturali e amministratori del paese. Durante la serata si è esibito un gruppo di teatro musicale che conta nel suo repertorio canti
tradizionali italiani di varia provenienza regionale, alcuni di quelli toscani sono stati presentati da Dante Priore un ricercatore locale che ha raccolto negli ultimi decenni canti e sonetti prodotti della cultura contadina della zona.
FATTORIA DI SAN PANCRAZIO - BUCINE 26/07/2000 CAMPUS STORIA E MEMORIA: TERZA GIORNATA
La relazione del sociologo Adel Jabbar dal titolo "Migranti. Memoria, progetto e aggiustamento identitario" ha aperto i lavori della mattina. Jabbar ha illustrato tramite racconti poetici, immagini e analisi socioantropologiche qual è o può essere la storia di un migrante, di un soggetto catapultato in un Occidente già conosciuto in patria quasi sempre per i suoi aspetti negativi, ovvero per una sua conoscenza mediata dal fatto di essere oggetto di una colonizzazione a più livelli, economica, politica e culturale. Nonostante ciò il viaggio rappresenta molte volte l'apertura di un orizzonte di vita, a volte anche il richiamo irresistibile verso un luogo dove è forse possibile conquistare un pezzo di felicità. Egli si trova allora in una situazione complessa: quale può essere, una volta arrivato in Occidente il tipo di relazione che può realisticamente instaurare con gli altri, i suoi "altri"? Se infatti già nella sua terra non è riuscito a praticare liberamente la sua cultura come può pensare di riuscire ad avere qui una "relazione dialogica" con chicchessia? Una serie di domande che spingono a interrogarsi sul come organizzare la promozione di diritti di cittadinanza.
Il problema è dato dal fatto che l'identità del migrante si scinde tra due o più appartenenze conflittuali, quantomeno tra l'appartenenza emozionale e quella materiale (utilitaristica). E' questa contraddizione che fa dell'immigrato una figura rivoluzionaria: egli di fatto annulla le appartenenze statuali, dissolve i confini nazionali ma allo stesso tempo la sua presenza "anomala" avvicina i confini simbolici delle culture. Questa dialettica tra memoria e progetto di vita si trasforma lentamente e attraverso uno "stare dinamico" in quello che Jabbar chiama aggiustamento identitario, un qualcosa che mette in movimento questioni di genere, di provenienza ( e quindi di memoria), di lavoro, di accoglienza e di istruzione, tutte questioni che mettono in discussione la normalità procedurale del paese d'immigrazione, lo stesso concetto di democrazia diviene obsoleto se non riesce a trasformarsi in un "di più" di diritti, di libertà e di partecipazione collettiva. La democrazia va in qualche modo rinegoziata continuamente, in quanto non è un fine in sé ma uno strumento della convivenza civile.
Il secondo intervento della giornata è stato quello dell'antropologa Annamaria Rivera con la relazione "Cultura, identità, etnicità: un approccio critico". Rivera - autrice con lo storico René Gallissoti del libro L'Imbroglio etnico - ha operato la decostruzione di alcuni termini chiave. Quello di razza, una metafora naturalistica senza alcun fondamento scientifico e che però incide e modifica il reale: è in realtà è il razzismo, una ideologia, che inventa le razze. Poi si è affrontato il termine di etnia e derivati come etnicità, etnico, etc., osservando che quando si dice etnico si allude ai gruppi domonati e/o alle culture monoritarie, a ciò che in qualche modo non è conforme ai valori e alle cose che l'Occidente giudica centrali, universali e moderne. E' perciò che molte volte si ha l'impressione che dire etnia sia un modo "colto" e più moderno di dire ancora razza. Quindi è stata la volta del concetto di identità, la quale se è ancora concepibile come qualcosa di concreto lo può essere solamente se consideriamo che ogni identità è in sé una pluralità e ciò sia a livello individuale che collettivo e anzi a questo proposito bisogna dire che quando una moltitudine di singolarità vengono ridotte a una identità culturale fissa nello spazio e immobile nel tempo ciò provoca regolarmente una qualche forma di regressione.
Nel pomeriggio è intervenuto lo storico Gianluca Gabrielli con la relazione " Il colonialismo italiano in Libia tra storia dell'Italia e memoria dei colonizzati". Gabrielli ha raccontato un passato scomodo che infatti ha subito un processo rimozione, benché in ogni famiglia italiana c'è qualcosa (un ricordo, una foto, un oggetto) che è traccia dell'avventura coloniale in Africa. Bisogna anche dire che accanto ad una memoria negativa potrebbero essere attivate delle memorie positive, per esempio quella del partigiano Barontini che prima di combattere i nazisti aveva lottato in Somalia e a fianco degli etiopi contro l'esercito occupante italiano. Sono figure come queste che forse dovrebbero essere meglio conosciute dagli studenti. Inoltre c'è da fare un discorso direttamente politico sulla censura che ancora oggi subisce l'informazione su quei fatti (ad esempio il caso di alcuni film libici mai usciti nelle sale italiane). In serata il Campus si è ancora riunito per cominciare a discutere del documento programmatico finale, individuando alcune dei concetti chiave da sviluppare intorno alle tematiche toccate in questi giorni: le politiche della cittadinanza, quelle della didattica e della ri cerca.
FATTORIA DI SAN PANCRAZIO - BUCINE 27- 28/07/2000 CAMPUS STORIA E MEMORIA: QUARTA E QUINTA GIORNATA
La mattina del 27 è stata dedicata al tema "memoria e identità locali". I lavori si sono aperti con la relazione dell'antropologo Pietro Clemente, intitolata "Incontro agli antenati: storie raccontate tra dolore e pudore". Clemente ha cercato di mostrare la varietà di forme di vita, di storie familiari ma anche di storie di lavoro (come ad esempio quelle della mezzadria toscana) e il modo in cui vengono trasmesse nella e dalla memoria. Sullo sfondo si staglia il tema forte dell'identità e il rapporto tra la Toscana di oggi e le memorie: si preferisce ricordare la storia remota e dimenticare quella prossima. Rivivere l'età medievale piuttosto che il più recente passato "comunista", da esempio. Invece radicare la memoria nel territorio significa riconoscerne e accettarne la pluralità e le opposizioni interne ed esterne. La raccolta di storie di vita e i musei sono in questo senso una importante, ancorché parziale, risposta all'astrattezza della storia ufficiale. Infine, ci ha ricordato Clemente, in verità non c'è posto per il passato nel passato, il suo posto è solamente nel futuro.
Quindi è intervenuto Mimmo Boninelli con la relazione "Memoria e integrazione: appunti e riflessioni per un possibile percorso", nella quale si mette al centro la nozione - secondo lui poco sviluppata specialmente nei testi di legge - di integrazione. Si è preferito concentrarsi più sulle politiche di contrasto dell'immigrazione clandestina piuttosto che sulla predisposizione di strumenti atti a creare positivi percorsi di integrazione. Boninelli ha analizzato in particolare il caso dell'immigrazione svizzera a Bergamo, testimonianza di una riuscita storia di integrazione culturale, sociale e civile. Nella seconda parte ha affrontato il tema delle memorie mettendo in luce che se la "memoria del viaggio" è un filone abbastanza approfondito lo è molto meno quello delle "origini".
E' stata poi la volta dello storico Giovanni Contini che ha parlato su "Un luogo comune: la memoria collettiva come fonte di identità". Attraverso la ricostruzione, operata con l'ausilio di fonti orali, delle vicende di due centri toscani - Santa Croce sull'Arno e Civitella della Chiana - Contini ha mostrato come, dopo la destrutturazione dei modelli di vita tradizionali dovuta ai processi di modernizzazione, si sia creata l'illusione che coltivando la cosiddetta "memoria collettiva" delle comunità si potesse garantire la permanenza se non addirittura il rafforzamento delle identità locali. Tutto ciò si è presto trasformato in una corsa affannosa all'organizzazione di sagre, feste, fiere sulle quali si investono cifre miliardarie. In realtà i termini memoria collettiva, comunità, identità, hanno anche un risvolto pericoloso se declinati in maniera forte e "perentoria". La memoria sia individuale che collettiva, quindi, è tutt'altro che un fatto solido e scontato sulle quali poter costruire delle certezze identitarie poiché sono fortemente influenzate dalle vicende politiche nazionali e internazionali. Lo stesso concetto di identità è ambiguo perché in realtà ci si trova sempre di fronte a storie personali e collettive in movimento e che mai si solidificano una volta per tutte. Infine, Contini ha sottolineato l'utilità della storia orale proprio per decostruire concretamente tutti i concetti richiamati nella sua relazione. Lo storico Leonardo Paggi ha presentato la relazione "Ipotesi per una memoria europea" richiamando l'attenzione sui processi in atto nelle singole nazioni per creare una memoria collettiva dell'Europa, una memoria tutta da costruire e inventare ma che pone diversi problemi a partire dalla stessa definizione di Europa, oppure dal problema storico-politico della presenza, all'indomani della seconda guerra mondiale, di due Europe, quella socialista dell'Est e quella capitalistica all'Ovest.
Nel pomeriggio è intervenuto Pulika Calzini - giornalista del mensile Carta - che prima della relazione orale, intitolata "Campi dimenticati. Lo sterminio degli zingari", ha proposto al Campus la visione di un piccolo film-inchiesta sulla vicenda dello sterminio degli zingari avvenuto nei campi di concentramento nazisti, una storia scomoda e mai ricordata con serietà dagli storici e dai politici. E' significativo, infatti, che fino a poco tempo fa tutti i tribunali si sono sempre rifiutati di assegnare qualsiasi tipo di risarcimento ai parenti delle vittime dell'olocausto zingaro, fatto che è l'eclatante ammissione formale di una "dimenticanza" collettiva. Nella sua relazione Calzini ha cercato di ricostruire la storia delle persecuzioni subite dagli zingari fin dalla loro apparizione in Europa nel XIV secolo fino ad arrivare all'attuale situazione dei campi zingari in Italia. Grande spazio ha dato a mostrare la dinamica attraverso la quale si costruiscono gli stereotipi che poi decidono realmente delle politiche sociali verso il popolo zingaro nel nostro paese, senza dimenticare che forme scientifiche di persecuzione di stampo razzista verso di loro sono state condotte nella vicina Svizzera sino al 1972. Calzini ci ha parlato delle differenze culturali in termini che non si appiattiscono mai né sullo stereotipo negativo (lo zingaro fannullone, ladro, etc.) né su quello positivo(lo zingaro come "figlio del vento"), entrambe frutto di una ideologia fissista che è alle radici del razzismo biologico e di quello postmoderno cosiddetto "dufferenzialista".
In serata il Campus ha partecipato a una cena offerta dall'amministrazione comunale di Civitella Val di Chiana, successivamente spostandosi a Badia al Pino dove i giovani dell'associazione Baobab hanno coinvolto i partecipanti in un gioco di simulazione sul razzismo che ha suscitato forti emozioni e considerazioni, sia in positivo che in negativo, esplicitatesi nel dibattito con i ragazzi dell'associazione.
La mattina del 28 è intervenuto Gigi Perrone, docente di sociologia delle relazioni interetniche a Lecce, con la relazione "Note a margine della ricerca sul fenomeno migratorio". La riflessione di Perrone è partita dalla valutazione dello stato della ricerca sull'immigrazione in Italia, rilevando il grande ritardo con cui esse sono partite, un ritardo dovuto essenzialmente a due fattori: la sottovalutazione del fenomeno negli anni '60 e '70 e l'accentuato carattere quantitativo della ricerca svolta negli anni '80. Negli ultimi anni però molti sono stati i tentativi di cambiare registro dando spazio a ricerche approfondite sulla soggettività dei migranti, cercando allo stesso tempo di decostruire i luoghi comuni, gli stereotipi, le "superstizioni" su quei soggetti, amplificati dal largo uso che i media ne hanno fatto e ne fanno a tutt'oggi, impedendo nei fatti una sobria e positiva valutazione del fenomeno e una sua comprensione corretta da parte di tutti i cittadini. Quindi la relazione ha toccato il tema dello "sviluppismo", quell'ideologia cioè che con falsa coscienza si esprime nei termini di "aiutiamoli a casa loro" saltando a piè pari la realtà, che consiste nel fatto che i migranti non fuggono il "sottosviluppo" ma le condizioni di vita provocate dall'espansione devastante del capitalismo occidentale nei loro paesi.
Per ciò che concerne la metodologia della ricerca Perrone suggerisce un decentramento di sé nel rapporto ricercatore/ricercato in maniera da non rischiare di imporre le nostre categorie concettuali a realtà e soggetti che ne hanno "altre", per questo è anche necessario superare rigide partizioni accademiche e andare nella direzione della multidisciplinarietà, come gia sosteneva Bruno Cartosio.
Dopo il consueto dibattito collettivo sulle relazioni ci si riunisce per cominciare la messa a punto delle valutazioni finali del lavoro del Campus.
FATTORIA DI SAN PANCRAZIO - BUCINE 29/07/2000 Relazione sul campus "Memorie e identità in una società plurale. Metodi e strategie per una ricerca dialogica"
Il campus è stato condotto da Bruno Cartosio nei giorni 24, 25 e 26 luglio 2000 e da me stessa nei giorni 27, 28 e 29 luglio.
Come prevedeva il programma, ciascuna delle sessioni in cui erano articolati i lavori seminariali è stata introdotta da una o più relazioni sui sottotemi che avevamo precedentemente definiti. L'assenza del relatore ma soprattutto l'esigenza di proseguire e concentrare la discussione intorno ai nodi e alle questioni emersi nei giorni precedenti ci hanno suggerito di non svolgere la sessione su "Le pratiche del corpo".
Le relazioni presentate sono state stimolanti e aderenti ai temi, al senso e alle finalità del campus. In alcune era privilegiato il tema della "politica della memoria", in relazione alle memorie locali e alle "memorie ferite": le stragi naziste, il passato coloniale, lo sterminio occultato degli zingari, le memorie delle nuove diaspore in Europa; in altre erano prevalenti i temi connessi con l'immigrazione: i processi di esclusione e quelli di inclusione, le strategie per una nuova cittadinanza, il pluralismo culturale, l'intercultura, i processi di mètissage culturale, la ricerca dialogica con i migranti. Il ruolo dei conduttori ha concorso a operare la connessione fra i due assi tematici, così che il dibattito stimolato dalle relazioni, la discussione intorno al documento conclusivo e lo stesso documento sono riusciti ad integrare il tema delle politiche della memoria con quello delle politiche del dialogo e dell'inclusione -sociale e culturale- degli altri.
Il campus ha registrato un livello alto e diffuso di attiva partecipazione al dibattito e alla stesura del documento finale. La varietà delle competenze e delle esperienze dei partecipanti ha contribuito a pluralizzare i punti di vista e a vivacizzare la discussione.
La formula del seminario residenziale si è rivelata efficace, benchè, a mio parere, essa vada perfezionata. Ne va sicuramente conservato il carattere intensivo, che dovrebbe però, a mio avviso, lasciare più spazio allo scambio e alla discussione informali. Infine: se una delle finalità dei campus è formare operatori per la rete dei centri interculturali, sarebbe opportuna una più numerosa partecipazione di giovani (uomini e donne, "autoctoni" e "alloctoni").
Annamaria Rivera coordinatrice del campus
Relazione scientifica per il campus "Memorie e identità in una società plurale. Metodi e strategie per una ricerca dialogica"
Ho condotto il campus nei giorni 24, 25, 26 luglio, dopo di che è subentrata nella conduzione Annamaria Rivera. Ho partecipato ai lavori anche nella mattinata del giorno 27. Sono state tutte giornate di lavoro molto intenso.
I lavori del campus sono iniziati con l'autopresentazione dei partecipanti, da cui sono emerse le diverse provenienze istituzionali, i diversi campi di attività o d'interesse e anche le comuni motivazioni a partecipare. Quello della forte motivazione a toccare i temi della memoria, della società plurale e dell'interculturalità e del dialogo (come forma di apertura al contatto e all'intervento sociale) è un aspetto che mi è sembrato attraversare le giornate di lavoro cui ho partecipato.
Le relazioni sono state buone e stimolanti e per tutte e tre le giornate la discussione è stata molto vivace. Gli aspetti principali nelle prime giornate sono stati di tipo metodologico: le categorie antropologiche o sociologiche necessarie per la ricerca sul presente; le modalità con cui si usano le fonti orali nella ricerca storica; i modi per "leggere" il rapporto tra il passato individuale e collettivo e il presente nell'esperienza dei migranti.
La valutazione della qualità delle relazioni e della partecipazione al dibattito è da parte mia molto positiva. Gli unici rilievi vanno fatti all'organizzazione delle giornate: gli impegni serali si sono rivelati troppo pesanti e in un caso (la visita serale a Pieve Santo Stefano) il campus ha collettivamente scelto di cancellare l'impegno. Tra l'altro, va sottolineato, la serata a Pieve è stata sostituita con una lunga discussione aperta in funzione della stesura del documento finale, che è poi ampiamente derivato dalla sintesi di quella discussione, in cui erano stati ripresi punti emersi nel corso del dibattito fino a quel momento.
Per quanto riguarda la struttura del campus, credo di poter affermare che mi sembra non esistano alternative al seminario stanziale. Lavori così impegnativi e coinvolgenti come quelli che hanno caratterizzato il campus di San Pancrazio non permettono di pensare a spiantare baracca e burattini ogni giorno o ogni paio di giorni. Mi sembra anche che, in prospettiva futura, sarebbe opportuno, da una parte, mantenere il numero dei partecipanti alle dimensioni sperimentate a San Pancrazio (tra le 20 e le 25 persone, numero massimo perchè la partecipazione di tutti ai lavori sia effettiva) e, dall'altra, provare ad abbassare l'età dei partecipanti e cercare di coinvolgere giovani toscani e non nei lavori. Se si andasse in questa direzione bisognerebbe pensare con attenzione a come formare il gruppo e all'impostazione degli interventi esterni. In altre parole, l'aspetto "formativo" dovrebbe essere molto consapevolmente accostato a quello informativo e dialogico che hanno caratterizzato il campus. Altra considerazione: lavori così intensi non possono durare più di una settimana; se si pensasse di prolungare anche solo di qualche giorno la durata del campus andrebbero inserite pause significative (magari anche con attività organizzate, ma non nei locali dei lavori).
Bruno Cartosio coordinatore del campus
CAMPUS DELLA STORIA E DELLA MEMORIA: RISOLUZIONE FINALE approvata all'unanimità nell'assemblea plenaria conclusiva dei lavori.
Quel fenomeno, cui viene abitualmente dato il nome generico e neutro di globalizzazione e che potrebbe definirsi "mondializzazione neoliberista", si identifica con la accelerazione dei processi di trasformazione produttiva e sociale e con l'allargamento a livello mondiale dell'egemonia esercitata dal sistema finanziario, economico, produttivo e sociale del capitalismo incentrato in una porzione limitata del globo (parte dell'Europa, Nord America, Giappone, Australia).
Effetti diffusi di tale egemonia sono stati, negli anni recenti, l'accrescimento delle distanze tra ricchi e poveri nei paesi ricchi, della distanza tra paesi poveri e paesi ricchi e la riapertura di conflittualità sociale e politica in molte aree. In forme diverse da quelle del passato, le potenzialità di conflitto sono presenti anche nelle aree di maggiore sviluppo e ricchezza a causa dell'aumento dell'incertezza (del lavoro, della protezione sociale, delle coperture previdenziali, del futuro ecc.) e delle trasformazioni accelerate del mondo circostante. Forse, nel nostro paese, la più evidente di queste trasformazioni sul piano sociale e culturale riguarda la presenza di una immigrazione senza precedenti, anche se quantitativamente meno rilevante che in altri paesi europei e nettamente inferiore alla media dell'Unione Europea.
La marginalizzazione sociale degli immigranti o la loro integrazione subalterna (ai livelli inferiori della gerarchia sociale e di quella lavorativa), nonché la discriminazione nella sfera dei diritti civili, politici e sociali, concorrono ad esaltarne la visibilità, che, opportunamente sfruttata dai mass media, è uno degli elementi che nutrono il pregiudizio diffuso secondo il quale "sono troppi".
Uno degli indizi della marginalizzazione sociale e della discriminazione imposta agli immigranti è dato dalla facilità con la quale essi, criminalizzati nell'opinione pubblica e sottoposti a continui controlli di polizia, vanno in carcere. Questo terreno rappresenta uno degli ambiti di riflessione, di ricerca, di intervento che vanno considerati e valorizzati.
La presenza degli immigranti sta contribuendo a trasformare le nostre città, sia fisicamente, sia nella loro configurazione sociale e per certi versi culturale. Insieme con le città, le scuole sono le strutture più direttamente investite dal cambiamento. Tale trasformazione è facilmente verificabile anche in Toscana.
Il punto di partenza primario per ragionare intorno alle questioni relative a una tale trasformazione è l'ovvia affermazione che tutti, autoctoni e alloctoni, siamo persone. A volte tale ovvietà, imprescindibile quando si pensa a "noi", è dimenticata a proposito degli "altri".
Una delle caratteristiche delle persone è di avere esperienze e memorie, attraverso le quali entrano socialmente in contatto con le esperienze e memorie degli altri. La memoria è una "pratica" in divenire, e riguarda tanto il passato lontano, quanto l'immediato passato, individuale e collettivo, che le persone si costruiscono ogni giorno attraverso le loro esperienze.
Le molle che spingono le persone a emigrare sono molteplici: si fugge da conflitti e guerre, dall'oppressione patriarcale, da repressione, fame o povertà; oppure - e spesso insieme - si parte perché attratti dai "bagliori del Nord", o semplicemente per cercare un avvenire migliore. Molteplici sono anche i percorsi migratori e i vissuti dei migranti e delle migranti. Nelle pratiche della intercultura e della ricerca, le singolarità di ciascuno e di ciascuna migrante vanno valorizzate. Nel ragionare su tutto questo non si possono dimenticare le specificità soprattutto di genere, di classe, ma anche di genere, di livello d'istruzione o di "occupabilità", che contribuiscono a determinare la natura delle esperienze tanto di emigrazione quanto di immigrazione; in particolare, nelle pratiche sia dell'intercultura sia della ricerca, occorre valorizzare la dimensione di genere.
La presenza del campus in un "luogo di memoria", usando l'espressione con la quale lo storico francese Pierre Nora ha definito i monumenti la cui funzione è quella di tenere viva una memoria pubblica di fatti e persone della storia nazionale, di per sé ci richiama al "dovere della memoria". Questo equivale, in generale, alla necessità di rispettare tanto la propria memoria, quanto la memoria degli altri, ma anche, come si è fatto nel campus, alla necessità di rapportare la memoria di fatti dolorosi come quelli dell'eccidio di San Pancrazio, in cui gli italiani sono stati le vittime, con quelli del tutto analoghi, consumatisi in Libia e nel Corno d'Africa durante il periodo coloniale, dove gli italiani sono stati i carnefici.
Se vogliamo costruire le basi di una relazione con gli altri rispettosa e egualitaria, dobbiamo contribuire - nella scuola e nei diversi luoghi di socializzazione nonché nei centri di informazione, documentazione e ricerca - a far emergere le memorie cancellate o negate delle sofferenze inflitte a popoli e minoranze dal razzismo, dal colonialismo e dall'imperialismo.
Insieme a quella della Shoah, va portata alla luce e va fatta conoscere la memoria di un altro sterminio nazista: quello del popolo zingaro, la cui negazione o minimizzazione è parte di quella "politica del disprezzo" della quale sono vittime i Rom e i Sinti. Il sistema di segregazione che è loro imposto, mentre tende a marginalizzarli sempre di più, contribuisce ad alimentare il diffuso pregiudizio di cui sono oggetto.
Oggi, il presupposto che tutti siamo persone, dotate di un passato e di un futuro, di bisogni, di desideri e di aspettative impone il dovere di focalizzare l'attenzione sui limiti attuali della convivenza democratica nella società italiana e sulla necessità dell'attuazione di politiche della cittadinanza.
Per essere tale, la cittadinanza deve garantire a chiunque viva nel nostro paese l'uguaglianza dei diritti civili, politici e sociali. In Italia e in Europa occorre attuare politiche che vadano nella direzione di una cittadinanza non subordinata alla nazionalità, attraverso l'estensione del diritto di voto agli "extracomunitari" e la riforma della cittadinanza giuridica nel senso del diritto di suolo. Queste politiche non possono essere conquistate e questi diritti non possono essere resi effettivi se non nel quadro della dimensione del conflitto. Il dovere democratico di garantire l'uguaglianza dei diritti impone che si superi l'anomalia costituita dai cosiddetti Centri di Permanenza Temporanea i quali, in violazione della Costituzione, privano della libertà personale persone che secondo le stesse leggi italiane non hanno commesso alcun reato.
Nell'Italia dell'immigrazione è necessario che vengano attuate politiche dell'accoglienza, processi di facilitazione dell'inserimento sociale e di estensione dei diritti sociali, programmi di edilizia popolare, pratiche dell'intercultura in ogni struttura sociale (istituzioni, scuole, uffici ecc.).
Alla base dell'intercultura va posto il metodo del decentramento, vale a dire la pratica reciproca del provare a mettersi dal punto di vista dell'altro, per poter scambiare e negoziare significati. L'intercultura implica anche il fare concreta esperienza dell'altro, provando a "stranierizzarsi".
Nelle pratiche di ricerca sulla realtà dell'immigrazione, che auspichiamo diventino parte integrante dell'attività dei centri sul territorio toscano coinvolti nei campus di Porto Franco, va sperimentato il metodo della ricerca dialogica che spezzi la dicotomia fra soggetto e oggetto dell'indagine. La ricerca, insomma, dovrebbe essere una con-ricerca.
Attraverso i lavori del campus si individuano i terreni della scuola, delle attività dei centri di produzione culturale e di biblioteche e archivi come luoghi privilegiati di un'azione sul terreno dell'intervento socio-culturale.
Per quanto riguarda la scuola è necessaria una progettualità didattica che incorpori i temi di cui si è trattato nel campus. E' necessaria anche la messa a disposizione di competenze sulle questioni del rapporto tra memoria e storia, sulla storia e geografia mondiali, sulle questioni dei diritti e della cittadinanza, sui metodi dialogici della ricerca antropologica e sulla didattica interculturale. Vanno valorizzati anche la memoria, le esperienze, gli archivi di quei movimenti democratici (Sessantotto compreso) che hanno proposto e sperimentato pratiche didattiche innovative e aperte.
Vanno affrontate le questioni di metodo relative a un adeguamento delle competenze degli insegnanti. I docenti devono essere preparati a cogliere e valorizzare le diversità; a favorire la conoscenza delle culture nella loro qualità di codici (piuttosto che di costumi esteriori), nonché di corpora compositi, ibridi, di entità dinamiche fra le quali vi è sempre una dialettica di analogia-differenza; a individuare e combattere la presenza di pregiudizi e stereotipi a carico degli "altri", analizzandone i meccanismi di produzione.
Poiché abbiamo individuato la pratica del dialogo e della con-ricerca, nonché gli strumenti dell'intervista aperta e delle storie di vita, come fondamentali per il coinvolgimento di docenti e studenti nella ricerca sulle proprie circostanze, relative sia al passato sia al presente, crediamo che gli uni e gli altri debbano essere preparati all'impiego di quelle pratiche e di quegli strumenti.
Siamo convinti che sia importante mantenere e allargare il collegamento, lo scambio, l'informazione reciproca tra i vari centri di ricerca, produzione culturale e di raccolta documentaria. Inoltre, sottolineiamo che la raccolta documentaria oggi dei materiali culturali prodotti dalle persone immigrate, oltre a essere una possibile fonte o base per l'agire nel presente, è la base per la costituzione futura di un "passato pubblico" e riconosciuto nel paese ospitante.
Riteniamo utile, o forse necessario, che una parte delle discussioni del campus e dei materiali prodotti in esso vengano elaborati in videocassetta e sotto forma di libro o altro materiale a stampa da rendere disponibili a scuole, biblioteche, archivi, centri di ricerca ecc.
In appendice a questa risoluzione, alleghiamo l'illustrazione di alcune parole-chiave che sono state al centro dei lavori e della discussione accompagnate da una bibliografia essenziale.
Sulle parole-chiave che abbiamo individuato, i due coordinatori del Campus, Bruno Cartosio e Annamaria Rivera, hanno elaborato i testi in appendice: Bruno Cartosio su Memoria, Dialogo e Locale/Globale; Annamaria Rivera su Razza, Etnia, Cultura.
PAROLE CHIAVE DI BRUNO CARTOSIO
MEMORIA
La memoria riguarda il rapporto che individui e gruppi hanno con il loro passato. Non è qualcosa che esiste indipendentemente dal ricorso che si fa a essa; non è un serbatoio di materia inerte in cui tutto viene accantonato, conservato in attesa della spillatura: è una costruzione mentale che, pur avendo per oggetto esperienze passate, viene elaborata nel presente, o meglio a partire dal presente, e che risponde al mutare delle circostanze entro cui è immerso chi ricorda, quando ricorda.
La memoria - così come lo è quell'entità che chiamiamo "passato" - è dunque una costruzione sociale fatta a posteriori, in risposta a sollecitazioni di natura diversa. Al suo essere costruzione sociale contribuisce in modo decisivo il linguaggio, col quale i ricordi, i "contenuti" della memoria vengono formulati e comunicati. Anche la parola, infatti, come sottolinea Michail Bachtin, è un "fenomeno sociale, sociale in tutte le sfere della sua vita e in tutti i suoi momenti".
Anche se l'atto del ricordare è strettamente individuale, il linguaggio col quale prende forma e le categorie di pensiero con le quali viene modellato contribuiscono a farne un atto la cui valenza è collettiva. Maurice Halbwachs, nel suo ormai classico La memoria collettiva, scrive che anche se "la memoria individuale, per confermare un ricordo, o per precisarlo, o anche per colmare qualche sua lacuna, può basarsi sulla memoria collettiva, inserirvisi, confondersi con lei per un momento, ha tuttavia una vita propria, ed ogni apporto esteriore è assimilato e incorporato progressivamente nella sua sostanza. E a sua volta la memoria collettiva, d'altra parte, avvolge le memorie individuali, ma non si confonde con loro".
Gli storici che maggiormente usano le fonti orali nel loro lavoro si sono trovati spesso a muoversi sulla linea sottile della necessità di interpretare le memorie individuali alla luce della più ampia memoria collettiva entro cui esse si sono formate e, d'altra parte, analizzare la memoria collettiva rintracciando i fili individuali che hanno contribuito a formarla, interagendo tra loro e con il contesto socio-culturale dato. Alla memoria appartiene anche l'oblio, il quale può essere, anch'esso, un fatto individuale e collettivo. La storia, scrive ancora Halbwachs, "assomiglia a un cimitero dove lo spazio è contato, e dove, continuamente, bisogna trovare spazio per tombe nuove": per questo gli individui, per così dire, espellono continuamente ricordi dalla loro memoria, salvo recuperarli se e quando diventa necessario, in seguito a sollecitazioni provenienti dal presente, spesso su sollecitazione esterna e con il contributo di un interlocutore interessato o di avvenimenti che "richiamano" il passato.
Vi sono opere esemplari che propongono metodologie con le quali le memorie individuali e collettive (inclusi gli oblii e le deformazioni del ricordare) vengono raccolte, analizzate, confrontate, contestualizzate e infine utilizzate come contributo imprescindibile per la ricostruzione tanto degli avvenimenti, quanto delle soggettività; tanto dei ruoli individuali e collettivi nei fatti, quanto delle sensibilità e ideologie coinvolte. Tutto questo, inoltre, relativamente tanto ai periodi nei quali si svolsero i fatti oggetto della ricerca, quanto ai vari momenti in cui i testimoni sono stati chiamati a esercitare la loro memoria del passato.
DIALOGO
Una delle specificità ripetutamente sottolineate dai ricercatori che impiegano le fonti orali nella ricerca storica è la natura dialogica della "raccolta" delle testimonianze orali. C'è sempre uno che chiede e uno che risponde, uno che parla e uno che ascolta. Dunque, in quanto dialogo, anche il rapporto tra intervistatore e intervistato è un rapporto sociale; così come lo è la comunicazione attraverso il mezzo comune, il linguaggio. Nel dialogo ognuno dei dialoganti immette la propria lingua, la propria storia, la propria cultura, le proprie curiosità e finalità e i propri desideri.
Per questo, nel rapporto e nella comunicazione tra le persone si possono dare squilibri: il ricercatore, magari professore universitario, può incutere timore reverenziale al testimone, magari anziano popolano, e indurlo alla reticenza, oppure la percezione di differenze politico-ideologiche tra i due interlocutori può suscitare diffidenze, oppure le diverse competenze linguistiche possono mettere a disagio il testimone, per la propria limitata capacità di esporre o per l'impiego del dialetto davanti a un interlocutore che parla in italiano.
La ricerca storica con le fonti orali e quella antropologica hanno entrambe il loro fondamento nella pratica dialogica. Non a caso, al proposito, Alessandro Portelli ha definito la ricerca orale come "an experiment in equality", un tentativo di praticare l'uguaglianza tra intervistato e intervistatore. Non è sempre possibile cancellare o rendere irrilevanti le differenze sociali o le diverse competenze linguistiche - una volta un'intervistata negli Stati Uniti gli disse: "Ci sarà sempre tra noi una linea", di divisione sociale, culturale, linguistica -, ma è necessario che l'intervistatore sia consapevole delle difficoltà e che, nel desiderio di apprendere, si metta al livello del suo testimone.
Anche nella ricerca, come nella vita, c'è dialogo solo se entrambi gli interlocutori sono disponibili ad ascoltare e imparare l'uno dall'altro, non nonostante le diversità esistenti, ma proprio perché esistono diversità che meritano di essere riconosciute, esplorate, valorizzate e scambiate.
Su un piano più generale, il principio del dialogo è il principio fondamentale grazie al quale le persone, i gruppi, le culture si conoscono e si scambiano informazioni reciproche. Non esiste nella storia un gruppo che non abbia dialogato con altri. Allo stesso modo, non esiste cultura che non si sia arricchita degli apporti provenienti da altre culture, quasi sempre attraverso le mediazioni concretamente rappresentate dalle persone circolanti attraverso le regioni, i mari, i confini. Questo fatto, naturalmente, non ha escluso le guerre tra vicini e le fratture all'interno degli stati, né fatto scomparire la xenofobia (cioè la paura e il rigetto dello straniero). Si tratta di fenomeni che possono portare a esiti tragici, come sappiamo per esperienza recente. Tuttavia, se si guarda alle cose in una prospettiva storica, meno legata alle eventuali contraddizioni di un dato momento in un dato luogo, non si può non ribadire che non esiste alternativa al dialogo.
LOCALE/GLOBALE
Attraverso la pratica si apprende che nessun fenomeno locale è spiegabile in termini soltanto locali. Il principio della contestualizzazione permette di istituire le necessarie relazioni, grazie alle quali quello che appariva unico non è più tale, oppure appare dotato sì di proprie specificità, che però lo caratterizzano solo parzialmente rispetto a qualcosa che altrove presenta caratteri in certa misura analoghi o ricorrenti. A sua volta quel che è globale, perché perda la sua lontananza dall'esperienza concreta e la sua astrattezza, deve poter essere riportato alle esperienze locali. La "scala" locale e quella globale sono chiamate a essere rapportate continuamente l'una all'altra, per far sì che dal raffronto esca una percezione realistica delle cose.
Si tratta di procedimenti che investono i processi mentali della conoscenza e l'impiego delle teorie. Queste ultime sono insiemi coerenti di regole che deriviamo da passate esperienze ed elaborazioni, nostre e di altri, messeci a disposizione dalla cultura nella quale viviamo e dall'educazione che abbiamo, che ci servono per capire e organizzare la comprensione tanto del presente quanto del passato. La conoscenza ha bisogno di prospettiva: abbiamo bisogno di collocare quello che percepiamo o pensiamo dentro dei "quadri" e all'interno di sistemi di relazioni. Allo stesso tempo, abbiamo bisogno di mettere ordine: stabilire rapporti, definire grandezze, fissare priorità. I procedimenti mentali attraverso i quali elaboriamo le nostre conoscenze sono la risposta a questi bisogni. Sono procedimenti ricorrenti, di cui siamo a volte consapevoli e molto più spesso inconsapevoli (vale a dire che operano anche senza che ce ne accorgiamo).
Se applichiamo il discorso alle pratiche della ricerca storica o antropologica la necessità di muoversi costantemente tra locale e globale, oppure tra particolare e generale, appare quasi ovvia. Nessuno storico o antropologo, infatti, prende mai in considerazione un singolo fatto o fenomeno su scala locale, senza allargare il discorso al contesto spazio-temporale e socio-culturale entro cui quel fatto o fenomeno si colloca. La ricostruzione e l'interpretazione delle cose discendono dal movimento costante del ragionamento tra piccolo e grande.
In realtà, questo è quello che tutti fanno. La diversità principale tra il ricercatore e la "persona comune" sta nel fatto che il primo si pone consapevolmente problemi di metodo nella ricerca e compie una ricerca approfondita di informazioni specifiche, mentre la seconda si accontenta delle informazioni che l'esperienza, l'istruzione, l'immediato contesto socio-culturale gli mettono a disposizione. Ma, nella sostanza, il procedimento che impiega la persona comune quando ragiona su qualcosa è analogo a quello del ricercatore, anche se solo raramente essa ragiona sul metodo che impiega per arrivare a formulare i suoi giudizi: rapporta semplicemente le informazioni relative a qualcosa di preciso e piccolo a quelle di carattere generale che possiede a proposito di qualcos'altro di più grande e complesso. E da questo rapporto esce poi il giudizio, la presa di posizione. Bisognerebbe essere tutti consapevoli dei processi mentali che conducono alla percezione e interpretazione di quello che succede intorno a noi.
Se applichiamo più concretamente il discorso al mondo nel quale viviamo, non possiamo non accorgerci che a ogni momento ci troviamo immersi in una dimensione sovralocale: quello che vediamo alla televisione o al cinema, quello che leggiamo sui giornali sono esempi più immediati dell'irruzione del globale nel locale, nel quotidiano. Ma anche nella crescente frequenza dei nostri incontri con altre persone che non "appartengono" a quello che per tradizione siamo stati abituati a considerare il nostro "locale". È il globale che irrompe nella nostra vita. Esiste una curiosa situazione: ogni giorno vediamo cose del mondo, ogni giorno usiamo manufatti provenienti da ogni parte del mondo con totale confidenza e indifferenza. Invece l'incontro con le persone provenienti dal resto del mondo che sempre più troviamo intorno a noi provoca spesso sentimenti non solo di estraneità, ma di diffidenza ostile o, peggio, di rigetto o di odio.
La nostra storia è piena di italiani che hanno portato il loro piccolo "locale" in giro per il mondo, magari tornando poi a casa, dopo anni di emigrazione, e riportando nei piccoli mondi chiusi dai quali si erano allontanati quel "globale" che avevano scoperto magari controvoglia. Il processo ora si rovescia, gli immigrati intorno a noi portano qui ognuno il proprio locale, anche se, nel loro insieme, essi sono la testimonianza vivente dell'esistenza del globale e della nostra appartenenza a un qualcosa di molto grande, le cui dimensioni ci sfuggono. Dimentichiamo spesso che ognuno di loro ha paure, ansie, diffidenze - quelle stesse che avevano avuto i nostri emigranti - nei confronti di paesi che non conoscono e che gli si presentano nella loro estraneità e novità, immagini di una dimensione "globale" della realtà che nel loro
piccolo "locale" di provenienza non avevano mai sperimentato.
Gli italiani, però, non hanno soltanto emigrato in tutto il mondo. Sono stati anche colonialisti. Anche se non abbiamo il retaggio di un colonialismo plurisecolare di altre nazioni europee, la nostra presenza coloniale in Africa è tuttavia ben nota. Di essa conosciamo, noi e chi ne è stato vittima, anche i misfatti e i crimini. Per gli eritrei e per gli etiopi, per i somali e per i libici dei quali abbiamo occupato le terre, gli italiani hanno costituito una sgradita irruzione del "globale" nel "locale". A tale irruzione violenta quei popoli si sono opposti combattendo. Ora, invece, alcuni di loro vengono in Italia per contribuire con il loro lavoro al nostro e, in parte, al loro stesso benessere, anche se la condizione dell'emigrante è sempre difficile. A noi spetta uscire dal nostro "piccolo" per abbracciare il loro "piccolo", riappropriarci
mentalmente del nostro essere stati emigranti e colonialisti in passato per apprezzare il loro essere emigranti ed ex colonizzati oggi.
Così come quando erano i nostri compaesani a emigrare, anche ora i nuovi emigranti sono mossi da forze più grandi di loro. La miriade di trasformazioni economico-sociali che siamo in grado di osservare sul piano locale, nel "piccolo" di ognuno di noi, sono parte e manifestazione di un insieme più grande, globale, i cui caratteri possono anche sfuggirci, se non facciamo qualche sforzo per collegare una dimensione all'altra. Il mondo sembra diventare ogni giorno più piccolo, non sol:o perché tante persone si muovono, ma perché tanto le persone quanto le merci e i capitali si muovono per ragioni che sono sempre più le stesse per tutti, e perché le costruzioni determinate dagli sviluppi nelle sfere economiche e produttive sono analoghi in gran parte del globo. Bibliografia
Cesare Bermani, Pagine di guerriglia. L'esperienza dei garibaldini della Valsesia, 4 voll., Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli "Cino Moscatelli", Vercelli, 1995 [1971]-2000;
Giovanni Contini, La memoria divisa, Rizzoli, Milano, 1997;
René Gallissot e Annamaria Rivera, L'imbroglio etnico in dieci parole chiave, Dedalo, Bari, 1997;
Maurice Halbwachs, La memoria collettiva, Unicopli, Milano, 1987 [1968];
Paolo Jedlowski e Maria Rampazi (a cura di), Il senso del passato. Per una sociologia della memoria, Franco Angeli, Milano, 1991;
Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Donzelli, Roma, 1999;
Annette Wiewiorka, L'era del testimone, Raffaello Cortina Ed., Milano, 1999.
RAZZA
La credenza che sostiene la nozione di razza si fonda su un postulato indimostrabile: quello secondo cui vi sarebbe un nesso, un rapporto di determinazione o di causalità fra caratteri somatici, fisici, genetici e caratteri sociali, culturali, psicologici, intellettivi.
Questo postulato rende l'idea di "razza", oltre che scientificamente infondata, intrinsecamente paradossale: a partire dal biologico - meglio, da ciò che è costruito come biologico - si pretende di descrivere e classificare ciò che è squisitamente storico e sociale, vale a dire i gruppi umani con le loro tradizioni, le loro culture, le loro lingue, la loro memoria, la loro esistenza storica e sociale. E' questo paradosso a costituire il fondamento dei discorsi, delle teorie e delle dottrine razziste, ma anche di ogni processo di "razzizzazione", cioè di naturalizzazione dell'Altro.
Chiunque, indipendentemente dalle caratteristiche somatiche, dalle presunte ascendenze genealogiche, dalle differenze culturali può essere "razzizzato". La "razza" ebraica, quella albanese o quella serba non si fondano neppure sulla più debole "evidenza" somatica. In definitiva, tutte le "razze" sono inventate
La "razza" non è mai innocente. Anche chi dichiara di usarla con un intento puramente descrittivo e classificatorio, respingendo le gerarchie razziali e il criterio di inferiore/superiore, al fondo condivide l'idea, scientificamente del tutto discutibile, che sia possibile isolare e definire i gruppi umani in base a presunte caratteristiche biologiche. Questa "metafora naturalistica" (Guillaumin) non è innocente neppure quando a definirsi come razza, rovesciando lo stigma di cui sono stati vittime, sono i gruppi e le popolazioni che hanno subito il razzismo. E anche nell'uso "spontaneo" e irriflesso, il termine "razza" rimanda all'idea, per quanto implicita possa essere, che i caratteri fenotipici siano significativi di altro, che condizionino, rimandino, spieghino i caratteri morali; oppure che le differenze sociali siano così naturali da poter essere cristallizzate ed eternizzate dietro il nome di razza.
Questa idea è tuttora presente soprattutto nel senso comune per il quale le "razze" sarebbero un'evidenza indiscutibile: a un certo colore della pelle o a certi caratteri somatici corrisponderebbero certe predisposizioni e attitudini, certe capacità, certi costumi, certi tratti culturali.
In realtà, anche il "colore", cioè quella che secondo la percezione e il senso comuni sarebbe la più evidente delle evidenze, è una costruzione, una convenzione sociale. Ci sono stati e ci sono popoli e culture per i quali ciò che a noi appare evidente - certi caratteri fenotipici - era ed è tanto irrilevante socialmente da non essere neppure percepito. E' il discorso dominante che, in certe società, decide chi è nero, chi è bianco, chi è mulatto. Uno stesso individuo può essere socialmente considerato bianco in un certo paese e nero in un altro. Negli Stati Uniti è classificato come "nero" chi, pur essendo all'aspetto del tutto "bianco", abbia anche solo un ottavo di "sangue nero". Al contrario, nei paesi dell'America detta latina e dei Caraibi ciò che conta è l'aspetto esteriore; e fra i poli del "nero" e del "bianco" è prevista una pletora di classificazioni intermedie. Il Sudafrica dell'apartheid aveva inventato la "razza" intermedia dei coloured e la categoria dei "bianchi onorari": così erano infatti classificati per es. i giapponesi, e non certo in base a qualche evidenza somatica, ma alla loro condizione di classe elevata.
In realtà è il razzismo che ha inventato le razze, per giustificare lo sfruttamento, l'apartheid, la discriminazione, lo sterminio di popoli colonizzati, di gruppi dominati, di settori di popolazione inferiorizzati e discriminati. Il razzismo non prende a pretesto le razze, ma le postula, ne fa la sua condizione di possibilità. La razza è dunque un'invenzione storica la cui funzione non è quella di rendere conto della oggettiva variabilità del genere umano, ma di spiegare e giustificare l'ineguaglianza: dalla subordinazione e spoliazione dei popoli colonizzati fino all'odierno sfruttamento, discriminazione, emarginazione dei migranti e dei profughi, in particolare di quelli "irregolari".
La categoria di "razza", messa in discussione, criticata e poi rifiutata dalle scienze sociali da molti decenni, più recentemente è stata abbandonata anche dalle scienze della natura in quanto giudicata scientificamente infondata. Anche dal punto di vista della genetica essa si è rivelata inapplicabile, inutile, non operativa. Ogni popolazione umana, come è stato dimostrato, contiene tutti i geni umani esistenti, variando solo la frequenza con cui essi si manifestano; e la differenza genetica fra individui appartenenti alla medesima popolazione è più alta della differenza genetica che intercorre fra la media di due popolazioni anche molto lontane l'una dall'altra. In realtà, poiché la storia dell'umanità è storia di migrazioni, di incontri, di scambi, di incroci, il patrimonio genetico dei gruppi umani è un patrimonio comune e "meticcio".
La nozione di razza è utile ma non indispensabile al razzismo. Essa infatti può essere sostituita - come oggi avviene - da "etnia", "civiltà", "identità", "cultura", se queste sono intese come categorie che, al pari delle razze, identificano delle realtà empiriche chiuse, definitive, incomunicabili, dotate di una sostanza o di una essenza. Il razzismo dei nostri giorni, più che parlare di razze e di gerarchie razziali, tende a mettere l'accento sulla inconciliabilità fra "culture", "etnie", "civiltà", sulla necessità di preservare le "differenze", sul rifiuto del "meticciato" e della società "multietnica".
Va però precisato che il razzismo biologico del diciannovesimo e del ventesimo secolo non ha smesso di condizionare i discorsi razzisti e quelli nazionalisti e tende a intrecciarsi con temi e argomenti di tipo differenzialista. Anche in alcuni ambienti scientifici (basta pensare alla sociobiologia e a certe correnti dell'etologia) si continua a seguire il paradigma che vuole esista un rapporto di rigida determinazione fra il biologico e il culturale-sociale. Negli Stati Uniti ancora oggi si conducono studi che pretendono di dimostrare la superiorità dell'intelligenza dei bianchi su quella dei neri.
ETNIA-ETNICITA'
Per cominciare, va detto che l'"etnia" non è una realtà empirica o naturale, ma un artefatto culturale, una convenzione, un modello di percezione e di ordinamento cognitivo, che vale a differenziare gli altri e/o a definire se stessi in base a una presunta origine comune, a una stessa lingua, alla condivisione di una cultura specifica.
Il termine "etnia" (e gli aggettivi derivati) è oggi correntemente usato, soprattutto dai mezzi di informazione, per indicare minoranze linguistico-culturali e gruppi di popolazione alloctoni, per nominare le loro culture e i loro modi di vita, nonché per significare gruppi umani e culture diversi dal nostro.
"Etnico" è tuttavia adoperato anche per aggettivare espressioni e pratiche culturali - cucina, danza, musica… - differenti da quelle nazionali, maggioritarie, ufficiali. In questo caso l'aggettivo non indica solo e necessariamente l'esotico e/o il minoritario, ma può alludere anche al regionale, al locale, al "tradizionale" (o, meglio, a ciò è reputato tale).
Nel primo e soprattutto nel secondo caso i termini "etnia" ed "etnico" sono sentiti da chi li pronuncia per lo più come neutri, come scevri da significati valutativi. Ma non poche volte - e ciò dipende, ovviamente, dai contesti discorsivi - nascondono il pre-giudizio - più o meno consapevole - che certi gruppi umani, culture, espressioni culturali, siano connotati da qualche forma di primitività, ancestralità o tradizionalità. Di solito con "etnia" o "etnico" si qualificano - anche in maniera irriflessa - i gruppi dominati, marginalizzati o esclusi, nonché quelle culture ritenute o "percepite" come arretrate, periferiche, particolari, comunque non conformi alla norma nazionale, a ciò che è reputato generale, universale, centrale, moderno.
Quanto all'uso di "etnia" per denominare gruppi di popolazione immigrata, è evidente l'asimmetria che lo connota: Noi ci definiamo per lo più in base alla nostra nazionalità, all'appartenenza regionale o europea, mentre definiamo gli Altri non in base alla loro nazionalità ma alla loro presunta origine etnica. Non è infrequente in Italia sentire parlare di immigrati "di etnia marocchina", "di etnia tunisina", "di etnia senegalese" o addirittura "di etnia araba"; mentre in genere non si parla di "etnia" polacca o rumena: il che è indizio del fatto che il termine "etnia" può essere usato come sinonimo o equivalente di "razza", in quanto probabilmente percepito come meno compromesso e più "politicamente corretto".
"Etnia" ed "etnico" possono essere adoperati non solo per nominare e identificare gli altri, ma anche se stessi. La qualificazione etnica e l'etnicità sono spesso rivendicati da gruppi emarginati, discriminati, inferiorizzati, oppure da settori di popolazione che perseguono strategie identitarie per ottenere riconoscimento e risorse o per difendere i propri interessi economici e politici: l'invenzione della tradizione padana e le rivendicazioni leghiste rientrano in quest'ultimo caso.
La nozione di etnia è erede di una visione e di una rappresentazione dell'umanità fondate sull'idea della discontinuità culturale. Le etnie, in particolare quelle africane, sono state il risultato dell'invenzione congiunta di amministratori coloniali ed etnologi. In realtà, nell'Africa precoloniale v'erano non già delle etnie distinte e distinguibili, ma piuttosto delle catene di società e di culture comunicanti, connesse l'una all'altra da circuiti di scambio e dalla comunicazione interculturale.
L'etnicità è un processo continuo di distinzione fra Noi e gli Altri, un processo nel quale gli individui utilizzano dei "marcatori" (la lingua, un certo tratto culturale, una certa religione…) per definirsi e per definire le loro relazioni con gli altri. Secondo alcuni antropologi (fra i quali Fredrik Barth e Jean-Loup Amselle), la cultura di questo o di quel gruppo non sta all'origine, ma è l'esito del processo di costruzione sociale delle frontiere Noi/Altri. Tant'è vero che forti differenze obiettive possono non dar luogo ad alcuna etnicità, vale a dire ad alcuna coscienza e rivendicazione etnica, mentre distinzioni debolissime possono condurre a conflitti "etnici" anche sanguinosi: la vicenda drammatica della ex Jugoslavia sta a dimostrarlo, così come quella, più modesta e banale, dell'invenzione della "etnia padana".
L'etnicità, insomma, è una costruzione soggettiva: che, certo, ha una potente capacità di mobilitazione, ma che può anche prescindere da effettive differenze di origini, lingua, tradizione, cultura, religione.
Oggi, quando si mette l'accento sulla identità, è per aggettivarla come etnica. In realtà le identità individuali e collettive sono costituite da una pluralità di dimensioni. Non v'è solo quella etnica, cioè relativa all'appartenenza a una collettività culturale: nella costruzione dell'identità altrettanto importanti sono l'appartenenza a una certa classe sociale, a un genere, a una classe d'età, nonché il mestiere, la professione, il livello d'istruzione...; anche i gusti e gli stili musicali, le mode e i codici di abbigliamento sono referenti importanti nella costruzione dell'identità.
L'identità è un fenomeno relazionale, processuale, dinamico: la nozione di "identità situazionale", proposta fra gli altri da Robin Cohen, rende bene l'idea secondo la quale, a seconda delle situazioni, dei contesti storici, sociali, relazionali, gli individui costruiscono o esibiscono una fra le tante possibili identità sociali.
CULTURA/E
Ai nostri giorni, anche nel pensiero e nel parlare comune si è diffuso il termine-concetto antropologico di cultura, intesa come quell'insieme complesso di abitudini, usi, costumi, tecniche, modi di pensiero e credenze che rende peculiare una determinata società o gruppo sociale. Nell'accezione moderna la cultura non coincide con il suo concetto tradizionale, cioè con l'erudizione, la speculazione, il sapere dei dotti, ma ingloba tutte le attività, abilità e prodotti umani. Non è, insomma, qualcosa di elitario, ma riguarda qualunque gruppo umano, è una dimensione collettiva e sociale condivisa da tutti gli esseri umani in quanto membri di una società.
La cultura è qualcosa di acquisito (non di biologico) che si produce in un contesto sociale e relazionale; si trasmette, si comunica, subisce mutamenti, può contaminarsi con altre culture, può esaurirsi, secondo processi che non hanno nulla di naturale, che sono invece storici e sociali.
La cultura, dunque, mentre è peculiare dell'intera umanità, non può che essere declinata al plurale: le culture sono molteplici, tante quanti sono i gruppi umani. Tuttavia, come ha osservato Lévi-Strauss, fra le culture vi è un rapporto di differenza ma anche di analogia; esse non sono universi separati, ma insiemi complessi ognuno dei quali presenta scarti significativi rispetto ad altri, ma anche continuità, somiglianze, analogie.
L'identificazione di una cultura dipende dal punto di vista dal quale la osserviamo e dalla scala che scegliamo per identificarla e analizzarla. Per fare un esempio, se abbiamo scelto di analizzare la cultura europea comparandola con quella nordamericana, finiremo per vedere la prima come un insieme relativamente omogeneo e comunque riconoscibile; se invece vogliamo comparare una cultura minoritaria in Europa con quella maggioritaria, oppure la cultura di un villaggio greco con quella di un villaggio scozzese, è probabile che l'unità culturale dell'Europa non ci apparirà più come evidente e indiscutibile.
Molti dei discorsi correnti sull'immigrazione - soprattutto il discorso neorazzista, connotato da culturalismo e differenzialismo - tendono a una concezione particolarista delle culture, secondo la quale esse sarebbero universi separati, autosufficienti, non comunicanti.
Spesso si presuppone che i migranti e i profughi rappresentino in primo luogo l'incarnazione della propria cultura di origine (un'espressione assai corrente dice che essi sono "portatori delle loro culture d'origine"). In realtà essi sono, come e forse più di altri, individui aperti a influenze culturali le più diverse; le loro culture sono sempre culture terze, diverse tanto da quella di origine quanto da quella maggioritaria del paese ospitante, essendo l'esito di processi di sincretismo e di métissage (tutte le culture, si dovrebbe aggiungere, sono meticce ab origine, l'ibridazione è la regola del farsi di ogni cultura).
Inoltre, l'auto-identificazione, individuale e collettiva, con una certa cultura o religione è sempre contestuale e di durata limitata; è sempre legata a un dato momento storico e a determinati rapporti sociali; è sempre relativa al contesto in cui si vive, al livello di integrazione sociale, all'atteggiamento della società ospitante, che può variare dalla parziale accettazione fino all'aperta ostilità. Il sospetto, il rifiuto, l'emarginazione di cui spesso sono vittime gli stranieri non ricchi possono alimentare fenomeni reattivi di chiusura, più o meno rigida, entro gabbie comunitarie e religiose. I ripiegamenti e lerivendicazioni identitarie di minoranze e gruppi di popolazione immigrata sono spesso una risposta difensiva all'identità negativa imposta dalla società maggioritaria.
Le culture, abbiamo detto, sono sistemi aperti, continui, comunicanti. Va aggiunto che esse non sono riducibili ai loro tratti ed espressioni esteriori - gli "usi e costumi" -, né alle credenze e pratiche religiose o alle tradizioni comunitarie. Esse sono invece dei codici, dei sistemi di significato, e dunque anche di rappresentazione e di auto-rappresentazione, che hanno un carattere processuale e mutevole poiché si affermano attraverso le dinamiche e i rapporti sociali. La cultura, insomma, è una rete di significati condivisi ma costantemente negoziati dagli attori sociali; è un sistema di simboli comuni, i cui contenuti e le cui interpretazioni sono variabili a seconda dei momenti storici e a seconda degli individui, del loro status, della loro condizione sociale, dei loro interessi e strategie.
A parere di alcuni studiosi, fra i quali Zygmunt Bauman, anche i termini di multiculturalismo e società multiculturale nascondono l'idea che le culture siano dei sistemi quasi-naturali; che l'appartenenza a una cultura dipenda dalla nascita, invece che da una libera scelta, dalla condizione sociale, dalle circostanze ed esperienze della vita; che l'ambivalenza culturale, le identità meticce, lo scambio e l'ibridazione fra culture siano qualcosa di anomalo e di "innaturale", invece che la normalità e la regola.
Sarebbe allora forse più opportuno parlare di società policulturale, come Bauman suggerisce, oppure di pluralismo culturale. Con quest'ultima formula si intende sottolineare che occorre riconoscere e rispettare la pluralità degli universi sociali e culturali che convivono nelle società europee, ma che, al tempo stesso, l'appartenenza culturale non deve in alcun modo influire sui diritti pubblici e sulla cittadinanza. Ma, su un piano più globale, è necessario ammettere che le vie d'accesso ad alcuni comuni valori universali, condivisi e negoziati, possano essere diverse e nondimeno coesistere. Il che pone un problema di mediazione e di traduzione fra culture, fra punti di vista differenti, fra le visioni di quei valori che ognuno ha a seconda della propria condizione, esperienza e cultura.
Ma la conditio sine qua non che rende possibili l'interazione, il dialogo, lo scambio reciproco e la mediazione è che fra gli attori di questo interscambio vi sia una certa equivalenza e uguaglianza; che un tale scambio, insomma, avvenga fra con-cittadini o almeno nella prospettiva della costruzione di una con-cittadinanza.
Riferimenti bibliografici
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nota: * Queste parole-chiave riprendono in forma più sintetica la relazione presentata al Campus sulla storia e sulla memoria, S. Pancrazio 24-29 agosto 2000.