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PROGRAMMI E RESOCONTI DEI CAMPUS 2000

Il Campus sulle culture della parola e della scrittura
26 luglio-13 agosto
Il campus dal titolo "Campus della parola e della scrittura", itinerante, si è svolto tra il 26 luglio e il 9 agosto attraversando la Toscana per poi confluire nell'incontro conclusivo tra tutti i campus sull'Amiata (10-13 agosto).

Gli obiettivi del campus:
1. Sviluppare pratiche di incontro e contaminazione sul terreno della comunicazione interpersonale;
2. Sperimentare la produzione di parole e concetti come "luoghi comuni" della comunicazione interculturale;
3. Elaborare prodotti finali utilizzabili dal mondo della scuola e dai "centri interculturali".

Coordinamento scientifico e conduzione:
Armando Gnisci, Mbaye Diaw, Lanfranco Binni

Partecipanti:
Massimo Altomare, Gianni Cascone, Mustafà Demir (Rom), Silvana Di Bella, Giuseppe Ianni, Julio Caesar Monteiro Martins (Brasile), Tiziana Mori, Ranieri Poccianti, Carlo Rizzoli, Patrizia Russo, Francesco Stella, Pape Siriman Kanoute (Griot del Senegal), Amara Lakhous (Algeria), Karla Leardi (Colombia), Kristine Crane (U.S.A.), Teresa Addario (Venezuela), Choi Oui Suk (Corea), Ba Fatoumata (Mali), Anastasija Gjurcinova (Macedonia), Predrag Stanojevic (Serbia), Gezim Hajdari (Albania), Ruth Glynn (U.K.), Guia Risari, Mayerin Bello Valdés (Cuba), José Antonio Baujìnhd (Cuba), Hatice Odemis (Turchia), Ibrahima Diawara Hamo (Senegal), Livia Claudia Bazu (Romania)

Programma:
26 luglio, Agriturismo Sant'Apollinare, Pieve S.Stefano (AR)
- ore 10.00, presentazione del progetto PORTO FRANCO e del prodotto finale del campus, Lanfranco Binni, Armando Gnisci e Mbaye Diaw; presentazione dei partecipanti
- ore 15.00, incontro con l'Archivio Diaristico di Pieve S. Stefano
- ore 21.30, incontro con i partecipanti del campus sulle culture della storia e della memoria e con il Centro di Documentazione Storica della civiltà contadina di Pieve S. Stefano

27 luglio, Agriturismo Sant'Apollinare, Pieve S.Stefano (AR)
- ore 10.00, stage Libera Università dell'Autobiografia, Anghiari (AR)
- ore 15.00, Forme di racconto autobiografico per il dialogo interculturale: la scrittura, le voci, il video, direzione scientifica Prof. Duccio Demetrio, seminario condotto da M. Giusti, Tutor: C. Benelli, G. Clemente
- ore 18.30, presentazione del videodocumento In fuga dal Kossovo. Ukshijn e la sua famiglia da Pristina alla Toscana, regia di A. Merendelli
- ore 21.15, proiezione del video e dibattito coordinato da M. Giusti e A. Merendelli
- ore 21.30, Teatro Comunale, Pieve S.Stefano (AR), incontro con l'associazione culturale "Antiche Prigioni"
- ore 21.30, Auditorium, Badia Al Pino, visita alla mostra interattiva Io non sono razzista ma... e incontro con il centro interculturale Baobab

28 luglio, Agriturismo Sant'Apollinare, Pieve S.Stefano (AR)
- ore 10.00, stage.
- ore 21.00,Centro Stranieri, Pistoia, incontro con Ibrahima Diawara Hamo e Gezim Haydari

29 luglio, Casa dello studente, Firenze
- ore 10.00, incontro con la Biblioteca Nazionale
- ore 15.00, Casa dello Studente, stage
- ore 21.30, incontro con il Centro Internazionale Studenti "Giorgio La Pira"; Heleno Oliveira. Poesia e intercultura, a cura di Andrea Sirotti e Alessandro Cecchi

30 luglio, Casa dello studente, Firenze
- ore 10.00, stage
- ore 17.30, incontro con il centro interculturale "Biblioteca di Pace"
- ore 20.30, Raccontar-Si nel gioco della scrittura e dei segni, un viaggio "insieme" nei molteplici Sé e nella quotidianità, laboratorio di scrittura a cura della "Biblioteca di Pace", conduce Andrea Bocconi; ore 21.30, WYSE una sperimentazione di sintesi fra culture, generi e generazioni a cura di Andrea Bocconi e Francesca Barbagli

31 luglio, Firenze
- ore 10.00, stage
- ore 15.00, incontro con la Biblioteca Comunale di Firenze
- ore 21.30, Biblioteca Comunale, Quarrata (PT), Azioni possibili da svolgere nella scuola per l'affermazione di una cultura della tolleranza ed oltre, seminario, con la partecipazione dell'intero campus.

1 agosto, Villa Fiorelli, Prato
- ore 9.00, stage
- ore 15.30, incontro con la Biblioteca Comunale "A. Lazzerini"; illustrazione dei servizi della sezione multiculturale
- ore 17.00, incontro con il Laboratorio di Scrittura promosso dall'Associazione "Graphio"
- ore 20.30, Prato, La piazza dei popoli. Culture in piazza, spettacoli, costumi, gastronomia, Piazza Lippi e Piazza Duomo: degustazioni, spettacoli, danze, folklore dalla Costa D'Avorio, Senegal, Albania, Nigeria, Togo, Egitto

2 agosto, Lucca
- ore 15.00, incontro con la Scuola di scrittura creativa "Sagarana"
- ore 21.30, incontro con il CEIS

3 agosto, ex Convento degli Agostiniani, Fivizzano (MS)
- ore 10.00, stage
- ore 15.00, incontro con il progetto "Comunicare fa male"
- ore 21.30, Carrara, Parole dal mondo nell'ambito della rassegna Suoni dal mondo

4 agosto, Pisa
- ore 15.00, incontro con il centro interculturale Nord-Sud

5 agosto, Volterra
- ore 10.00, visita all'ex ospedale psichiatrico Ferri
- ore 15.00, stage
- ore 21.30, incontro con il Teatro di Nascosto

6 agosto, Volterra
- ore 10.00, stage

7 agosto Volterra,
- ore 10.00, incontro con la Compagnia teatrale "La Fortezza" nella Casa Circondariale
- ore 15.00, stage
- ore 19.00, Comune, Castelfiorentino (FI), incontro tra partecipanti ai campus "parola e scrittura" e "religioni", le istituzioni scolastiche, l'Amministrazione comunale, la Biblioteca comunale
- ore 21.30, Arena Giardino, Castelfiorentino (FI), proiezione del film Le cri du coeur di Idrissa Ouèdraogo, Burkina Faso

8 agosto, Centro interculturale "La Corte dei Miracoli", Siena
- ore 10.00, incontro con il Centro Franco Fortini
- ore 15.00, stage. Incontro l'assessore regionale alla cultura Mariella Zoppi
- ore 20.30, Sovicille (SI), incontro con la Comunità di Bagnaia e la Corte dei Miracoli di Siena

9 agosto, Centro interculturale "La Corte dei Miracoli", Siena
- ore 10.00, stage.

Nel pomeriggio partenza per il Monte Amiata

Il progetto
Dizionario dei luoghi comuni a partire dalle parole portate dai mondi

Produrremo in compagnia un "Dizionario dei luoghi comuni a partire dalle parole portate dai mondi".
Compagnia è un campus che cammina.
Sappiamo e diciamo che un luogo comune è uno stereotipo della mente, della lingua e del discorso. Usiamo un luogo comune senza pensarci, ritrovandolo poi specchiato e medesimo negli altri.
Su questo significato e su questo uso parassitico del "luogo comune" zapperemo fino allo strazio, o lo lasceremo perdere. A noi interessa cavare dei nuovi sensi condivisibili. Per cui il primo luogo comune sarà già il nostro incontrarci venendo da ovunque - come diceva Guerrino il Meschino; sarà il luogo imprevedibile dove si raccoglieranno gli sconosciuti per avviarsi a fare della strada insieme; sarà il luogo che costruiremo mediante il colloquio delle parole, come fanno le genti africane sotto l'Albero della Parola; sarà il luogo che ci resterà dentro, indimenticabile e condiviso con chi sarà dall'altra parte della terra. Sapremo, così, quanto possa essere vero che si esiste solo se qualcuno ci pensa, e non se mi penso da me, come diceva un famoso filosofo.

Un Dizionario è un libro fatto di parole che vengono spiegate con altre parole, contenute anch'esse nel dizionario, che le dice tutte, in modo da poter essere sancite come comuni a tutti i parlanti "nativi" di una lingua, ma anche a tutti quelli che pur se non sono nativi attraverso il dizionario di quella lingua possono farsi un'idea più precisa del significato di una parola in quella lingua: più precisa di quella che può fornire un dizionario bilingue, delle equivalenze traduttive. Che tipo di dizionario abbiamo immaginato di produrre insieme? Un dizionario viene normalmente confezionato mediante un lavoro di anni che un singolo o un gruppo di lavoro scientifico fa seduto nelle biblioteche: noi, invece, scriveremo un dizionario mediante un colloquio itinerante in Toscana e attraverso l'incontro/confronto di mondi e di lingue diversi e radunati. Un dizionario raccoglie le parole esistenti e ne rispecchia i significati; noi tratteremo in compagnia parole e significati messi a nuovo. Un dizionario stabilisce gli standard linguistici e semantici ragionevoli di uno stato di mondo in una lingua; noi, attraverso il colloquio delle lingue e la traduzione continua dei portati dei mondi dai quali veniamo in parole rese disponibili ad essere comunicabili - messe in comune - agli altri, speriamo di arrivare a produrre delle pronunce nuove di parole anche antiche. E attraverso di loro, forse, riusciremo a portare alla parola qualcosa del mondo futuro verso il quale ci muoviamo insieme: un mondo di mondi: un colloquio dei diversi che trovano luoghi in comune. Su questa strada sembrano essersi già avviati caraibici e africani, mentre noi europei il futuro cerchiamo solo di dominarlo occupandolo, come se fosse un territorio da colonizzare, tanto siamo abituati a intendere gli spazi e i tempi come aree, terreni, riquadri, piazze, mercati, occasioni e forme da colonizzare, ancora e sempre.

Quale mappa e quale rotta abbiamo immaginato di seguire? Stiamo parlando del metodo, forse? Sì, perché no? Un metodo, però, che non è una carta e una rotta prestabilita, fissata e sicura. Piuttosto, un metodo che si fa: mentre si percorre il cammino, come dice il poeta Antonio Machado; voltandosi a guardare la strada percorsa, come dice lo storico delle religioni Georges Dumézil; facendo una strada con gli altri e affinché altri subito dopo possano e vogliano pensare di percorrerla, avendola vista, essendogli stata fatta conoscere e messa in comune.

Di quali e quante parole sarà fatto il nostro dizionario? Di una quarantina, circa. Ogni ospite porterà la sua parola: sono 30. Porterà una parola propria - e non la parola portata dal portaparola, o portavoce, che porta la parola di un altro che ne è, della parola e del suo portatore, il padrone. Una parola scelta tra le proprie, e cioè tra quelle della propria storia personale e del mondo da cui si viene e che sia sentita come un valore da rendere comune in un incontro delle parole dei mondi. Una parola propria è quella con la quale gli amanti della parola - rivendicando a tutti, evidentemente, il destino di poter essere filologi - educano se stessi ad interrogare il mondo, ad ascoltarlo e a rispondergli. Una parola che una volta scelta, ognuno coltiverà per portarla, ricca di senso e pronta al consiglio plurale. La parola diventerà ricca di senso e pronta se il portaparola porterà anche una proposta di intendimento - propria, sorta cioè dalla propria coltivazione - e di comunicabilità della sua parola. Non una definizione - anche se originale, creativa, inaudita, rivoluzionaria ecc. - ma una specie di tappeto di parole dove gli altri, chiunque, si possano sedere tutti e trovarsi ben disposti a consigliarsi su quella parola.

Quali significati cercheremo per le parole che avremo portate e messe in comune? Non cercheremo le definizioni delle essenze, tipiche della ragione metafisica europea. Non cercheremo le definizioni delle funzioni: a) a che serve una cosa-parola? e/o b) come agisce, quale è il suo schema di funzionamento? Entrambi questi significati sono generati da provocazioni della ragione strumentale occidentale, che ha travolto e ingoiato la metafisica e ha instaurato il dominio del valore di scambio e dell'interesse/profitto del capitale come consistenza fondamentale e finale degli umani, della natura e delle merci. Cercheremo di scrivere in compagnia e in colloquio itineranti ciò che il nostro consiglio troverà di valoroso e comune tra le parole dei mondi affinché essi possano convivere in un modo che non sia lo sfruttamento, l'ineguaglianza, il dominio dell'uno sull'altro, la discriminazione di genere, il razzismo e la guerra, che fanno del nostro un mondo dei mondi in cui i mondi soffrono, soffocano e vengono schiacciati dalla bolla del pensiero-unico, per il quale, invece il mondo così governato, è il migliore dei mondi possibili. Qualcuno deve inventare nuove strade e nuovi luoghi comuni affinché ciò sia possibile. Il nostro campus itinerante vuole partecipare a questa invenzione, facendo la sua strada e rendendola comunicabile, viabile, utilizzabile. Mediante un dizionario.

Anche i conduttori e i maestri porteranno la loro parola. Il campus - cioè Armando, Lanfranco e Pap - propone inoltre delle parole raccolte dall'alto e dal basso della comunicazione del nostro mondo di mondi. Le parole dall'alto sono le 6 proposte dal "Manifesto2000" dell'UNESCO, "For a culture of peace and non-violence": "Respect all life. Reject violence. Share with others. Listen to understand. Preserve the planet. Rediscovery solidarity." Le parole dal basso le abbiamo estratte dalla lettera che due ragazzi della Guinea avevano indirizzata a noi "signori" europei. I due ragazzi, Yaguine Koita di 14 anni e Fodé Tounkara di 15, sono stati trovati morti nel vano del carrello di un aereo atterrato a Bruxelles il 3 agosto del 1999, morti oltre le nuvole a 50 gradi sottozero. Le parole sono: "Voyage. Souffrance. Le beau continent (l'Europe). Droits".

I mondi, infine, sono i diversi dai quali noi tutti veniamo - dalla Toscana alla Corea, dal Mali alla Colombia - e ai quali torneremo. Con qualcosa di nuovo in comune e diversi.

La realizzazione del dizionario
Tracce per un dizionario dei luoghi comuni a partire dalle parole portate dai mondi.
Abbiamo iniziato a produrre in compagnia un "Dizionario dei luoghi comuni a partire dalle parole portate dai mondi".
Compagnia è un campus che cammina.
Sappiamo e diciamo che un luogo comune è uno stereotipo della mente, della lingua e del discorso. Usiamo un luogo comune senza pensarci, ritrovandolo poi specchiato e medesimo negli altri.
Su questo significato e su questo uso parassitico del "luogo comune" abbiamo zappato in un campus comune, provenendo dal Mali e dalla Corea, dalla Toscana e dalla Colombia, dall'Irlanda e dall'Algeria. Ci interessava cavare dei nuovi sensi condivisibili. Per cui il primo luogo comune è stato il nostro incontrarci venendo da ovunque, il luogo imprevedibile dove si sono raccolti gli sconosciuti per avviarsi a fare della strada insieme, il luogo che abbiamo costruito mediante il colloquio delle parole, come fanno le genti africane sotto l'Albero della Parola; il luogo che ci resterà dentro, indimenticabile e condiviso con chi sarà dall'altra parte della terra. Sapremo, così, quanto possa essere vero che si esiste solo se qualcuno ci pensa, e non se mi penso da me, come diceva un famoso filosofo.
Un dizionario è un libro fatto di parole che vengono spiegate con altre parole, contenute anch'esse nel dizionario, che le dice tutte, in modo da poter essere sancite come comuni a tutti i parlanti "nativi" di una lingua, ma anche a tutti quelli che pur se non sono nativi attraverso il dizionario di quella lingua possono farsi un'idea più precisa del significato di una parola in quella lingua: più precisa di quella che può fornire un dizionario bilingue, delle equivalenze traduttive.
Che tipo di dizionario abbiamo immaginato di produrre insieme?
Un dizionario viene normalmente confezionato mediante un lavoro di anni che un singolo o un gruppo di lavoro scientifico fa seduto nelle biblioteche: noi, invece, abbiamo iniziato a scrivere un dizionario mediante un colloquio itinerante in Toscana e attraverso l'incontro/confronto di mondi e di lingue diversi e radunati.
Un dizionario raccoglie le parole esistenti e ne rispecchia i significati; noi abbiamo trattato in compagnia parole e significati messi a nuovo.
Un dizionario stabilisce gli standard linguistici e semantici ragionevoli di uno stato di mondo in una lingua; noi, attraverso il colloquio delle lingue e la traduzione continua dei portati dei mondi dai quali veniamo in parole rese disponibili ad essere comunicabili - messe in comune - agli altri, abbiamo iniziato a produrre delle pronunce nuove di parole anche antiche. E attraverso di loro, forse, riusciremo a portare alla parola qualcosa del mondo futuro verso il quale ci muoviamo insieme: un mondo di mondi: un colloquio dei diversi che trovano luoghi in comune. Su questa strada sembrano essersi già avviati caraibici e africani, mentre noi europei il futuro cerchiamo solo di dominarlo occupandolo, come se fosse un territorio da colonizzare, tanto siamo abituati a intendere gli spazi e i tempi come aree, terreni, riquadri, piazze, mercati, occasioni e forme da colonizzare, ancora e sempre.
Quale mappa e quale rotta abbiamo immaginato di seguire?
Stiamo parlando del metodo, forse?
Sì, perché no? Un metodo, però, che non è una carta e una rotta prestabilita, fissata e sicura. Piuttosto, un metodo che si fa: mentre si percorre il cammino, come dice il poeta Antonio Machado; voltandosi a guardare la strada percorsa, come dice lo storico delle religioni Georges Dumézil; facendo una strada con gli altri e affinché altri subito dopo possano e vogliano pensare di percorrerla, avendola vista, essendogli stata fatta conoscere e messa in comune.
Abbiamo iniziato a produrre il nostro "dizionario" a partire da una quarantina di parole. Ogni ospite ha portato la sua parola. Ha portato una parola propria - e non la parola portata dal portaparola, o portavoce, che porta la parola di un altro che ne è, della parola e del suo portatore, il padrone. Una parola scelta tra le proprie, e cioè tra quelle della propria storia personale e del mondo da cui si viene e che sia sentita come un valore da rendere comune in un incontro delle parole dei mondi.
Una parola propria è quella con la quale gli amanti della parola - rivendicando a tutti, evidentemente, il destino di poter essere filologi - educano se stessi ad interrogare il mondo, ad ascoltarlo e a rispondergli. Una parola che una volta scelta, ognuno coltiverà per portarla, ricca di senso e pronta al consiglio plurale. La parola diventerà ricca di senso e pronta se il portaparola porterà anche una proposta di intendimento - propria, sorta cioè dalla propria coltivazione - e di comunicabilità della sua parola. Non una definizione - anche se originale, creativa, inaudita, rivoluzionaria ecc. - ma una specie di tappeto di parole dove gli altri, chiunque, si possano sedere tutti e trovarsi ben disposti a consigliarsi su quella parola.
Quali significati abbiamo cercato per le parole portate e messe in comune?
Non abbiamo cercato le definizioni delle essenze, tipiche della ragione metafisica europea. Non abbiamo cercato le definizioni delle funzioni:
a) a che serve una cosa-parola? e/o b) come agisce, quale è il suo schema di funzionamento?
Entrambi questi significati sono generati da provocazioni della ragione strumentale occidentale, che ha travolto e ingoiato la metafisica e ha instaurato il dominio del valore di scambio e dell'interesse/profitto del capitale come consistenza fondamentale e finale degli umani, della natura e delle merci.
Abbiamo cercato di scrivere in compagnia e in colloquio itineranti ciò che il nostro consiglio ha trovato di valoroso e comune tra le parole dei mondi affinché essi possano convivere in un modo che non sia lo sfruttamento, l'ineguaglianza, il dominio dell'uno sull'altro, la discriminazione di genere, il razzismo e la guerra, che fanno del nostro un mondo dei mondi in cui i mondi soffrono, soffocano e vengono schiacciati dalla bolla del pensiero-unico, per il quale, invece il mondo così governato, è il migliore dei mondi possibili.
Qualcuno deve inventare nuove strade e nuovi luoghi comuni affinché ciò sia possibile. Il nostro campus itinerante ha voluto partecipare a questa invenzione, facendo la sua strada e rendendola comunicabile, viabile, utilizzabile. Mediante un dizionario, da costruire per tracce.

Lanfranco Binni, Pape Mbaye Diaw, Armando Gnisci
coordinatori del campus

Tracce. Parole di PORTO FRANCO
Pubblichiamo alcune delle parole "lavorate nel campus".
Nell'edizione di "Tracce. Parole di PORTO FRANCO" ogni voce è corredata di "sentieri di lettura"; ne costituisce un esempio la voce "decolonizzazione" portata da Armando Gnisci.
Delle altre parole qui pubblicate riproduciamo soltanto la traccia.

Decolonizzazione
La parola decolonizzazione esprime sinteticamente la mia "poetica". Una poetica è l'intreccio di lavoro e destino, di senso e cammino, con il quale una persona trasforma continuamente e imprevedibilmente la propria esistenza. La persona che arriva a praticare una poetica intende sempre proporla agli altri e cerca di imporla alla realtà. Il mondo a cui oggi apparteniamo è quello che tutti chiamano: della globalizzazione. Essa ha la forma di una frazione: sopra vi è il mondonord che domina, sfrutta, esclude ed opprime i mondisud, sottoposti. Questo stato è il risultato della colonizzazione del pianeta da parte delle nazioni imperiali dell'Europa occidentale e della Russia a partire dal XVI secolo d. C. Si tratta di uno stato di mondo propriamente post-coloniale, e cioè: che proviene ed è individuato dalla colonizzazione. Possiamo dire che essa si sia stabilizzata e compiuta solo ora. Ora che possiamo riassumerla in pochissime cifre: i paesi ricchi (il mondonord) rappresentano il 12 per cento della popolazione umana, ma detengono l'86 per cento della ricchezza e praticano l'88 per cento dei consumi mondiali.
La decolonizzazione della quale parliamo non va confusa e sovrapposta, però, al "post-colonialismo", come spesso avviene nei discorsi della cultura contemporanea. Post-colonialismo - e proprio dal punto di vista della decolonizzazione (e da quale sennò?) - vuol dire: "a partire dall'avvento del colonialismo". Il post-colonialismo inizia dal momento in cui un popolo-potere si impossessa di un altro, lo occupa, lo domina e lo sfrutta per il proprio profitto. Il colonialismo esemplare, eminente e totale, è quello che le nazioni imperiali europee hanno realizzato espandendosi verso tutti i mondi più o meno autonomi del pianeta a partire dal XVI secolo d.C. Esso continua, anzi, arriva finalmente a compimento, proprio a partire dalla disoccupazione territoriale che le nazioni imperiali hanno attuato dopo la fine della seconda guerra mondiale nel XX secolo.
Decolonizzazione vuol dire, invece, liberarsi dalla malattia del colonialismo venendone via. Come ha scritto il tunisino Albert Memmi, la malattia originaria dello spirito europeo è il colonialismo. Da questa malattia gli europei possono guarire solo con l'aiuto dei popoli ex-colonizzati.
La de-colonizzazione riguarda, certamente, i paesi e i popoli ex-colonizzati dalle nazioni imperiali europee e poi dagli Stati Uniti d'America, dal Giappone, dalla Cina e da altri colonizzatori.
La decolonizzazione, invece, riguarda chi, in qualsiasi parte del mondo unico in cui attualmente viviamo, ma specialmente in Europa occidentale e negli Stati Uniti, voglia liberare la propria mente e la propria cultura dal "demone" imperialistico: l'avere dominio sugli altri pezzi della specie umana.
La decolonizzazione interessa, quindi, noialtri europei e tende a rendere finalmente possibile il regime del colloquio paritario dei mondi, rieducando noi stessi, attraverso l'imparare dagli altri, all'incontro ospitale e finalmente felice. In questa impresa proprio noi siamo i più arretrati e impreparati e perciò dobbiamo imparare alla scuola degli altri: dalle loro parole, dalle loro musiche e dai loro gesti. Solo a queste condizioni, quelli tra di noi che lo vorremo, potremo istruire noi stessi e i nostri concittadini.
Il fine della decolonizzazione europea è quello di liberare il nostro spirito dal credere di essere il missionario e il colono di una civiltà superiore e di essere la cima imperiale dell'evoluzione della specie. Deportandoci, così, sempre più nell'area del cerchio del colloquio paritario dei mondi dove sta crescendo una nuova cultura della convivenza, trascendente e sincretica, dei mondi.
La decolonizzazione è ascesi liberatoria, pedagogia dell'indignazione, come dice il brasiliano Paulo Freire, etica del risarcimento verso le culture da noi devastate, e lotta contro chi continua a colonizzare e devastare. Così come la de-colonizzazione è lotta per la dignità, pedagogia dell'indignazione, grido del risarcimento, creolizzazione e salvaguardia della differenza, temprata nostalgia dei passati recisi e devastati dalla Storia dello Spirito Occidentale, invenzione e pratica dell'irrinunciabilità al futuro e alla gioia in luoghi comuni. Il colloquio paritario è solo il preludio e la preparazione di una festa che ancora non conosciamo, ma che immaginiamo e desideriamo. Di essa sappiamo qualcosa attraverso i poeti e i musici. Noi tutti che stiamo intorno all'albero delle parole e siamo pronti a trasformarci.

Sentieri di letture
Per inquadrare in maniera dotta, precisa e critica l'intreccio di saperi che oggi va sotto il nome di "Studi postcoloniali", partiamo dal libro della studiosa indiana, che insegna spesso negli USA, Anja Loomba, Colonialismo/Postcolonialismo, Roma, Meltemi 2000.
Dopo questa sana lettura è bene incamminarsi per il sentiero dei testi decolonizzanti veri e propri ed è giusto cominciare con due libri che rappresentano la pietra di paragone per gli europei coloniali e per i popoli ex-colonizzati, I dannati della terra del martinicano-algerino Frantz Fanon, Milano, Edizioni di Comunità, 2000 e Discorso sul colonialismo del grande poeta - sempre della Martinica, professore al Liceo sia di Fanon che di Glissant - Aimè Cèsaire, Roma, Lilith 1999.
Di Fanon va letto anche Pelle nera, maschere bianche, Milano, Marco Tropea 1996.
Passiamo, quindi, al libro di Albert Memmi, Ritratto del colonizzato e del colonizzatore, Napoli, Liguori 1979.
E poi avanziamo verso i più recenti narratori e poeti dei mondisud: il francofono martinicano Édouard Glissant con la sua Poetica del diverso, Roma, Meltemi 1998 e l'anglofono kenyano, in esilio negli USA, Ngugi wa Thiong'o, con i saggi raccolti in Spostare il centro del mondo, Roma, Meltemi 2000.
E poi via verso il professore palestinese Edward W. Said, anch'egli esule negli USA, di cui è necessario leggere almeno Cultura e imperialismo, Roma, Gamberetti 1999 e Dire la verità.
Gli intellettuali e il potere, Milano, Feltrinelli 1995.
Chi, a questo punto, si è appassionato può immergersi in Orientalismo, Milano, Feltrinelli 1999 e farsi successivamente catturare dal portentoso volume di M. Bernal, Atena nera, Milano, Il Saggiatore 1998: serve ad abbassare la nostra superba pretesa di essere nati dalla testa di Minerva, bianca.
I miei libri? I più recenti Creoli meticci migranti clandestini e ribelli, Roma, Meltemi 1998 e Poetiche dei mondi, Roma, Meltemi 1999.
Se volete, potete trarre qualche buon consiglio erudito e didattico dall'Introduzione alla letteratura comparata, Milano, B. Mondadori, 1999 da me curata.
Per chi voglia sapere cosa leggere degli scrittori migranti in Italia - sono i più decolonizzanti, per noialtri italiani - può consultare la banca dati BASILI.
Alla fine, ma potete farlo proprio all'inizio, leggete (o rileggete) Cuore di tenebra di Joseph Conrad, che passa per essere il romanzo europeo anticolonialista per eccellenza. Accompagnatelo, questa volta, con il saggio - scritto dal punto di vista africano - che il romanziere nigeriano Chinua Achebe gli ha dedicato, compreso nel suo volume Speranze e ostacoli, Milano, Jaca Book 1998: uno scritto critico che tuttora scandalizza i professori europei.
I romanzi di Achebe e di altri scrittori africani sono tradotti in Italia soprattutto da questa casa editrice milanese e dalle Edizioni Lavoro di Roma.
Armando Gnisci

Isola
La parola isola è carica di tantissimi significati e risonanze mitologiche, commerciali, culturali, letterarie. Ci sono tante idee e parole legate all'immagine dell'isola, alcune negative (ad esempio isolamento, insularità, a volte anche povert'); ma ci sono anche delle parole positive (ad esempio isolamento nel senso di meccanismo per proteggere un ambiente dal freddo e mantenere il caldo interno); e anche delle immagini mitiche (l'isola delle meraviglie, l'isola del tesoro, l'isola di Utopia). Invece la parola isola, l'essere isola, è una condizione di mezzo tra questi poli. In termini fisici, l'isola altro non è che figlia della terra, del continente, che si è staccata - per fortuna o sfortuna - per iniziare una vita sua. Ma lo staccarsi dal continente non fa venir meno l'appartenenza alla famiglia.
Partiamo dalla posizione opposta a quella del poeta metafisico inglese John Donne, che dichiarò nella "Meditazione XVII" delle sue Devotions upon Emergent Occasions che:

"No man is an island, entire of itself; every man is a piece of the continent, a part of the main".
[Nessun uomo è un'isola, tutta a sè; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra ferma]

Possiamo condividere molto volentieri il senso generale di questa meditazione e del trattato in genere; cioè, l'interdipendenza umana che trova la sua massima espressione nel famoso verso citato da Hemingway nel titolo di un suo romanzo:

"Never send to know for whom the bell tolls; it tolls for thee".
[Non mandare mai a chiedere per chi suona la campana; suona per te]

Però mi sembra importante contestare non solo la visione androcentrica ed eurocentrica del trattato (dovuta principalmente alla data della sua composizione, 1624) ma anche la tesi che nessuna persona è un'isola. Bisogna affermare invece che siamo tutti isole; l'isola è un luogo comune a tutti noi. Nasciamo da soli, moriamo da soli, e viviamo da soli dentro noi stessi; ognuno sente le cose e si esprime in modo diverso, unico. Il vivere dentro noi stessi crea una condizione di isolamento che non può essere considerata solo negativamente; deve essere, invece, una spinta al colloquio con gli altri.
L'isola è circondata dal mare, ovvero tra l'isola e il continente c'è di mezzo il mare, che divide o unisce a seconda delle condizioni climatiche o della volontà delle persone delle due coste. Noi, come le isole, abbiamo di mezzo le parole che possono dividerci o unirci. Per questo dobbiamo prestare molta attenzione a come le usiamo. È proprio la condizione di isola che spinge alla ricerca di colloquio, dibattito, armonia, e calore umano.
L'isola ha una posto rilevante sia nel contesto dell'intercultura (perchè chi abita su un'isola è abituato a guardare oltre i limiti della propria terra e a mettersi a confronto con altre terre, altri popoli, altre culture, altri modi di vivere) sia nel contesto della migrazione (perché le isole del mondo sono spesso i luoghi in cui la migrazione si evidenzia di più e si sente in modo particolare). L'Europa è fatta, come ogni altro continente, anche dalle sue isole. L'Irlanda è il primo balzo verde dei tre che l'Europa fa per diventare "Nuovo Mondo": prima dell'Islanda e della Groenlandia (il cui nome significa, appunto, "Terra Verde"). E' dalle sue sponde che Erik il Rosso ha scorto la Terra della sera e l'ha poi toccata. Quella che secoli dopo i cartografi continentali avrebbero chiamato America.
Ruth Glynn

Resoconti Campus sulle culture della parola
ISTRUZIONI SULLA CONFERENZA GIORNALIERA
CONFERENZA/COLLOQUIO
Il nostro incontro itinerante all'inizio si chiama conferenza e poi colloquio e compagnia perché ognuno dei convenuti porta qualcosa di suo (la parola, la presenza, l'apporto, il consiglio) e la disponibilità a continuare a portare sé agli altri nell'esperienza comunitaria e imprevedibile della compagnia. Una compagnia di ventura: che va incontro alle cose che vengono verso di noi dal futuro. Una compagnia aperta e avventurosa.
Conferenza, convenire, colloquio, presenza, apporto, consiglio, compagnia, ventura sono tutte parole che derivano dal latino e che sopravvivono nell'uso della lingua italiana e di quelle romanze provenendo dalla cultura dell'ospitalità atavica dei popoli mediterranei, ormai rovinata e rimossa.
Per noi il dialogo è la forma estrema del colloquio: quello (solo) a due. Il colloquio è l'orizzonte plurale e generale del convenire per parlare insieme. Il monologo è vizio solitario dell'uomo/maschio europeo.

primo giorno:
Raccolta delle parole con presentazione dei conferenti

Ogni conferente-compagno presenta sé e la propria parola

Ogni giorno: 2/3 porta parola di giornata
1 passaparola (scrive la giornata e il mattino dopo, coadiuvato dai due portatori formula, riassume e trasmette) Il segreto e la sorpresa della terza inclusa

Parola & Scrittura sono precedute dalla Musica&Canto del Griot Mandinga Pape Kanute che inaugura e regola il colloquio di ogni giornata.

Alla Parola&Scrittura e alla Musica si aggiunge la Kamera (l'occhio&orecchio del CRED)

26 luglio 2000, Fattoria di S. Apollinare Pieve S. Stefano (Arezzo)
Ci troviamo sotto un pergolato di canne, tra le case della fattoria in cerchio, nuvole, vento, 22 gradi circa a salire. I neri indecifrabili, i bianchi più bianchi.
Prima che iniziamo a parlare tra di noi, nella pausa carica di sviluppi che precede sempre il colloquio, arriva imprevista la musica: è il griot Pape Kanouté che suona la kora mandinga e canta-narra e apre la porta del nostro discorso.
Lanfranco inizia raccontando la storia di Portofranco e i significati tutti aperti, in via di contaminazione - alla Duchamp, come dice lui - e imprevedibili dalla nostra compagnia. Presenta gli altri due coordinatori del gruppo, il bianco vestito d'azzurro Armando Gnisci e il bellissimo nero Pape Diaw.
Insieme tracciano il cammino da fare per decortiquer i nostri pregiudizi europei verso le altre culture.
Procediamo alla raccolta delle parole, ognuno presenta rapidamente se stesso e la/e parola/e che ha portato venendo dai quattro Continenti: Voialtri, Ascolto, Excéntrico (Eccentrico), Desarraigo (Sradicamento), Frammenti, Otpor! (Resistenza), Decentrarsi, Eccentrico, Ricamo, Nomade, Fuga, Identità, Sincretismo, Ascolto, Cittadinanza nella Scrittura, Ricominciare, Uomo, Leggerezza, Territorio, Insieme, Specie umana, Risonanza, Malinteso, Isola, Distanza, Desiderio, Poesia, Globalizzazione, Benessere, Oul (Padrone di sé e Identità nazionale), Tolleranza, Transcendentia (Trascendenza), Indifferenza, Griot/Musica/Parola, Appartenere.
Riprendiamo, infine, le quattro parole proposte tempo addietro dai coordinatori ed estratte dalla lettera che due ragazzi della Guinea, morti nel vano del carrello di un aereo atterrato a Bruxellex il 3 agosto 1999, avevano indirizzata a "noi" signori europei: Voyage, Souffrance, Le beau continent, Droit, e le sei proposte dal Manifesto 2000 dell'UNESCO per la Pace: Respect all life, Reject violence, Share with others, Listen to understand, Preserve the planet, Rediscovery solidarity. Passiamo alla prima parola che è Decolonizzazione, portata da Armando.

Decolonizzazione
Decolonizzazione esprime sinteticamente una "poetica" forte. Una poetica è l'intreccio di lavoro e destino, di senso e cammino, con il quale una persona trasforma continuamente e imprevedibilmente la propria esistenza. Chi arriva a praticare una poetica cerca di segnarla sulla realtà e di proporla agli altri.
La decolonizzazione non va confusa con "post-colonialismo", come spesso avviene nei discorsi della cultura contemporanea, sia quella giornalistica che quella accademica. Post-colonialismo dal punto di vista della decolonizzazione, che è quello che noi assumiamo e proponiamo vuol dire: "ciò che è accaduto e accade a partire dall'avvento del colonialismo". Il post-colonialismo inizia dal momento in cui un popolo-potere si impossessa di un altro, lo occupa, lo domina e lo sfrutta per il proprio profitto.
Il colonialismo esemplare, eminente e totale, è quello che le nazioni imperiali europee hanno realizzato espandendosi verso tutti i mondi del pianeta a partire dal XVI secolo d.C. Esso continua anche dopo la disoccupazione territoriale che le nazioni imperiali hanno attuato alla fine della seconda guerra mondiale del XX secolo. Decolonizzazione, invece, vuol dire liberarsi dalla malattia del colonialismo venendone via (de-). Come ha detto lo scrittore tunisino Albert Memmi, il colonialismo è la malattia dell'uomo europeo da cui gli ex colonizzati lo aiuteranno a guarire. La de-colonizzazione (col trattino) riguarda proprio i paesi e i popoli ex-colonizzati dalle nazioni imperiali europee e poi dagli Stati Uniti d'America, dal Giappone, dalla Cina e da altri colonizzatori.
La decolonizzazione, invece, riguarda chi, in qualsiasi parte del mondo unico in cui attualmente viviamo, ma specialmente in Europa occidentale e negli Stati Uniti, voglia liberare la propria mente e la propria cultura dal "demone" imperialistico: l'avere dominio sulle altre avventure della specie umana.
La decolonizzazione interessa, quindi, noialtri europei e tende a rendere possibile finalmente il regime del colloquio paritario dei mondi della specie, rieducando noi stessi, attraverso l'imparare dagli altri, all'incontro ospitale. In questa impresa proprio noi europei occidentali siamo i più arretrati e impreparati e perciò dobbiamo decidere di imparare alla scuola dei mondi: dalle loro parole, dalle loro musiche e dai loro gesti. Solo a queste condizioni potremo istruire noi stessi, i nostri concittadini e i nostri figli. Dobbiamo imparare a decidere di ricominciare.
Il fine della decolonizzazione europea è quello di liberare la nostra anima e la nostra civiltà dal credere di essere le portatrici di una civiltà superiore, di rappresentare la cima imperiale dell'evoluzione della specie. Attraverso la decolonizzazione diventiamo capaci di addentarci nell'area del cerchio del colloquio paritario dei mondi dove sta crescendo la nuova cultura della convivenza in un mondo di mondi. La decolonizzazione è ascesi, pedagogia dell'indignazione, come dice Paulo Freire, e lotta. Così come la de-colonizzazione è lotta per la dignità, pedagogia dell'indignazione, etica forte del risarcimento, creolizzazione e salvaguardia della differenza, temprata nostalgia per le proprie radici tagliate, invenzione e pratica dell'irrinunciabilità al futuro e alla gioia: le parole dell'Africa e del Caribe, dell'America Latina e di tutti i sotterranei della storia che attraversano le viscere del Nord del pianeta.
Il colloquio paritario è il preludio e la preparazione di una festa che ancora non conosciamo, ma che immaginiamo e desideriamo. Di essa sappiamo qualcosa attraverso i poeti e i musici, i teatranti e gli uomini e le donne di ventura. Noi tutti che abbiamo deciso di stare intorno all'albero delle parole. Il parlare tra noi arriva subito, accompagnato di tanto in tanto dal griot che suona sul fondo del nostro colloquio. Sentiamo che la parola portata è già parola di tutti. La sua definizione, infatti non è più e non sarà mai quella portata da ognuno: sarà sempre la parola/scrittura dalla compagnia.


Pieve Santo Stefano, Fattoria S. Apollinare, 27 luglio 2000
Cominciamo a lavorare alle 10 e Teresa porta la parola desarraigo/sradicamento. Prima, però, presenta sé stessa come un'emigrante e creola. Vive tra due mondi. La parola nasce dalla condizione di chi vive tra due mondi, nello spazio di mezzo. Per illustrare questa condizione, usiamo il testo di un'emigrante italiana in Venezuela: "Capo di mondo", di Márgara Russotto.(testo)

Desarraigo/sradicamento
Desarraigo non significa essere spostati dal centro, e quindi decentrati e allontanati; ma cerchiamo di diventare centro là dove siamo. Dobbiamo provare a spogliare questa parola da ogni carica di violenza e negatività. La conserviamo per recuperare la memoria di quelli che ci hanno preceduto in quella condizione e di tutti quelli che non appartengono a un centro, ma vivono in uno spazio di mezzo, cogliendo la realtà di entrambi i mondi. Desarraigo, così, non è più sofferenza, ma diventa il cammino per poter entrare e uscire da sé stessi per chiunque, se ci pensiamo bene, e non soltanto per migranti o creoli riempiendosi e svuotandosi in un processo di continuo arricchimento.
Silvana porta dalla Toscana il suo e il nostro centro la parola:
Decentrarsi
Togliersi dal centro? Abbiamo preferito la forma verbale a quella nominale (decentramento) volendo privilegiare il senso di invito al cambiamento di quanti, per un verso o per l'altro, appartengono al centro, cioè ad una situazione di potere. Il centro, infatti, è la posizione di chi, secondo il senso comune, rappresenta l'Uomo, anzi l'unica vera essenza dell'umanità. Sappiamo bene di chi stiamo parlando: di un maschio adulto, occidentale e di pelle bianca, benestante, forse cristiano, più o meno sano di corpo e di mente. Ciascuno di noi, rispetto a questi termini di riferimento, si trova per certi aspetti a far parte del centro, e per altri no. Ma sappiamo anche di molti che, di questo centro, non fanno parte mai.
Ci si può decentrare almeno in due ambiti : a livello cognitivo, e allora decentrarsi vuol dire abbandonare il proprio punto di vista per adottare una visione della realtà meno etnocentrica e più vicina agli altri - per illustrare questa definizione, proponiamo un giochino in tre fasi (visione del centro, straniamento, svelamento: seguiranno le immagini) - ; e ci si può decentrare a livello politico, e allora decentrarsi diventa una parola-chiave per la trasformazione dalla odierna società multiculturale verso la sperata e cercata società interculturale. In questa accezione, il decentrarsi dell'occidente maschile e colonialista fa parte di quel processo reciproco di riposizionamento e di assunzione di responsabilità che porta alla costruzione di un mondo che ci vede, tutti, cittadini a pieno titolo.
Da La Havana, Mayérin ha portato la parola:
Excentrico/eccentrico
Consideriamo il termine in due dimensioni: una globale e collettiva e l'altra individuale. Dal primo punto di vista, chiariamo innanzitutto che cosa si intende per centro: è il luogo dove si accentrano tradizionalmente i valori culturali, economici, politici che si sono costituiti in canone (maschio, bianco, eterosessuale, di classe media, forse cristiano). Eccentrici, invece, sono quei paesi, comunità, gruppi sociali che non appartengono a questo centro e a questo canone: donne, minoranze, omosessuali, paesi del Terzo Mondo, classi subalterne. Il centro ha il dominio globale della voce e dell'immagine: è ora che gli eccentrici abbiano voce e ascolto. Una concezione umanista del mondo di oggi deve avviarsi a creare una costellazione di centri ö un mondo di mondi, come dice il subcomandante Marcos ö che non esclude il canone, ma gli toglie il suo carattere assoluto e dominante. C'è il pericolo, però, di spostare l'ago della bilancia e di convertire quella che era la voce della minoranza in un nuovo centro di interesse: quello dell'esotismo spettacolare, oppure di esporlo alle incomprensioni degli altri centri. Il primo mondo deve trovare delle vie di decolonizzazione dalla propria tradizione (imperiale), perché soltanto attraverso la costruzione di un'autentica reciprocità della comprensione possiamo creare una vera costellazione di centri. Dal secondo punto di vista, quello individuale, la persona si sposta continuamente tra i suoi propri centri o Io. Tale spostamento, però, finisce spesso in un conflitto, se non in un male di vivere. Non sappiamo come rispondere agli attacchi della realtà, con quale dei nostri Io affrontare il presente e inventare il futuro. Perché la persona diventi anch'essa una costellazione di centri, deve imparare a far danzare i suoi Io.
L'eccentrico non è più lo stravagante, il bizzarro, il diverso, ma l'uomo/la donna comune.

29 luglio 2000
Primo incontro dopo uno spostamento, da Pieve S. Stefano a Firenze.
Nel pomeriggio Fatoumata Ba, dal Mali, porta la sua parola
Ricominciare
In Africa una volta una bambina è costretta per studiare a cambiare città, paese, abitudini e amicizie in continuazione. La sua vita diventa una serie di ricominciamenti che la portano a incontrare donne, vecchi, bambini. Tutti questi incontri la inducono a nutrire una saggezza e una speranza: che l'Africa aspiri a poter ricominciare. Proprio l'Africa che porta dentro di sé ancora aperte le ferite del colonialismo, della schiavitù e dello sfruttamento; l'Africa in cui i giovani che studiano sono pochi privilegiati (nel Mali l'80% della popolazione è analfabeta) e vivono però con angoscia, come in una nebbia densa da cui non sanno come uscire. Ricominciare significa rinascere, non partendo da zero però, perché l'Africa deve tentare di recuperare le sue radici attraverso le tracce che ne restano dopo la devastazione procurata dall'"incontro" con l'Europa.
I giovani poeti africani oggi pensano che si possa ricominciare dalla speranza e dal desiderio di rinascere ma anche di poter ri-incontrare l'Europa e tutti gli altri mondi in un modo felice.
Gli Europei, invece, sembra che non sappiano e non vogliano ricominciare. Sembra che vogliano solo continuare ad aumentare il loro benessere; oppure desiderano ricominciare, ma altrove: non nella propria Albania o Macedonia, ma in Italia o in Germania, quelle che si vedono in televisione.
E' l'Africa oggi che insegna a tutti i mondi che si può ricominciare.

RECOMMENCER Chaque fois que le vent des mes souvenirs
Souffle trop fort je me noie alors,
mais aujourd'hui, aujourd'hui c'est different.
Je voudrais recommencer.
Recommencer d'un autre façon
Nes pas refaire les mêmes erreurs,
nes pas m'oublier dans certains partages,
nes pas aimer aveuglement.

Je voudrais recommencer toute seule,
nes plus aimer personne
et m'aimer à fond.
Ne plus aimer d'amour,
ne plus rêver autant,
ne plus rien attendre des autres,
ne plus attendre cet homme.
Je voudrais recommencer dans la solitude
Me réinventer d'autres instants.
Vivre mes fantasies au gré du temps,
me refaire un autre moi,
me refaire simplement.
Je voudrais recommencer.
Je changerai d'habitudes
Pour me crèer de plus inhabituelles habitudes;
je saurai m'octroyer des plus grandes
chances pour l'avenir.
Pour plus facilment réussir;
Je saurai être femme et moins douce.
Recommencer, je voudrais recommencer
Ne plus être la même, et vivre pleinement mon present;
parler quand j'en ai envie des interdits de ce monde,
me révolter tout simplement contre ce dont
je n'ai pas droit.
Je voudrais recommencer autrement,
naître ailleurs sous une autre étoile
quelque part où la poésie est plus
que la musique de l'âme
quelque part où l'on décide de ses sentiments
quelque part où tout est plus accessible.
Je voudrais recommencer.
Etre chaque jour quelqu'un de différent
Vivre au jour le jour san se soucier
Jamais de demain.
Recommencer avec confiance,
recommencer rien
qu'une fois

RICOMINCIARE
Ogni volta che il vento dei ricordi
soffia troppo forte affogo,
ma oggi, oggi è differente.
Vorrei ricominciare
Ricominciare in altro modo
Non ripetere gli errori
Non dimenticarmi nello scambio
Non amare ciecamente
Vorrei ricominciare da sola
Non amare più nessuno
e amarmi a fondo
Non amare più d'amore
Non sognare più tanto
Non aspettarsi più niente dagli altri
Non aspettare più l'uomo.
Vorrei ricominciare nella solitudine
Reinventare altri istanti
Vivere le fantasie con il tempo
Rifare un'altra me
Rifarmi
Vorrei ricominciare
Cambierei abitudini
Per crearmi abitudini inabituali.
Saprò offrirmi le più grandi
Possibilità d'avvenire.
Per riuscire più facilmente
Saprò essere donna e meno dolce.
Ricominciare, vorrei ricominciare
Non essere più la stessa, vivere pienamente il mio presente;
parlare quando ho voglia dei divieti del mondo,
rivoltarmi semplicemente contro ciò
che mi è negato.
Vorrei ricominciare nuovamente
Nascere altrove sotto un'altra stella
Dove la poesia è più
Che la musica d'anima
Dove si decide dei propri sentimenti
Dove tutto è più accessibile.
Vorrei ricominciare
Essere ogni giorno qualcuno di diverso
Vivere giorno per giorno senza preoccuparmi
Mai del domani.
Ricominciare con fiducia
Ricominciare nient'altro
che una volta

La poesia lascia il posto ad un'altra poesia: Massimo, porta la parola

Leggerezza
La pratica musicale insegna che il lavoro finale di sottrazione in una partitura per completarla può essere esportato e diventare una funzione molto importante anche nei rapporti interculturali: solo se sottrarremo qualcosa alla nostra cultura potremo accogliere l'altro. Alcuni dei possibili "compagni poetici" in questo percorso: il Buddhismo, Perseo dai calzari alati che prevale sulla pesantezza pietrificata della Medusa, Lucrezio, Li Po, Paul Eluard, Italo Calvino: "Nei momenti in cui il regno dell'umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell'irrazionale, voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un'altra ottica, un'altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica". L'ultimo compagno, il più vicino nel tempo, è Fosco Maraini, etnologo, viaggiatore, scrittore fiorentino, che ha scritto poesie in una delle tante possibili lingue del futuro, una lingua meticcia, piena di fili colorati raccolti da tante lingue e dialetti già esistenti. Massimo le ha musicate, quindi imbraccia la chitarra e ce ne canta due:

PRATO
M'han detto: Dio è vecchio, ingramignuto,
la barba gli sbiréngola sul groge,
smogonfia brancolardo a lichenuto
rumando cianciafraglie a cacaloge.
E' vecchio Dio, è un lonco panfidume
di sbòfferi e muscecchi in barigaggio,
è flògido croniere, un marmellume
di gùbani che gèmidan morcaggio.
Chi vuoi che prigni più quel monumone
gavato, modruscente e laschidioso?
Fu tutto, a ripensarci, una drusione
un fàghero fantàghero mebbioso·
Così m'han detto in gnàstica logia.
Poi, fresc'aprile, vidi prati in fiore,
gli aderni - vidi - i cragni, la zulìa
arrùschera nel frògido niscore.
Ma Dio allora è giovane, squilliero
sgargilla tra le còrmole furtaci,
dilangue lumistelle, è rugiadiero,
scocolla le madrégani ruscaci!
Ah prato - Dio guàzzero d'azzigli
accoglici nei lènuli ripagni
fuffurra in eucaristici bisbigli
i fògani, gl'idraschi, i lupidagni.

VIA VENETO
Il Trònfero s'ammalvola in verbizie
incanticando sbèrboli giocaci,
sbramìna con solènnidi e vulpizie
tra i tavoli e gli ortèdoni fugaci.
Più raro, più sinferbo, più merconio
il Plòcrate dagli occhi a dragonetti
scocolla barcoluto e invereconio
all'ora dei morfegi e dei gorbetti.
Intorno convoltigiano le Sguince
allìcchere di giorcadi pornali
nel sole si smarmellano budrince
al neon s'affastigiano vetrali.

30 luglio 2000
Casa dello Studente di Firenze.

Cominciamo a lavorare sull'antica arte del ricamo (vez) di Anastasija. Ascoltiamo la musica del film "Prima della pioggia" di Milcio Mancevski, e poi la poesia di Blaze Koneski dal titolo La ricamatrice ("Vezilka").

"Vezilka"
Vezilke, kazi kako da se rodi
prosta i stroga makedonska pesna
od ova srce sto so sebe vodi
razgovor noken vo trevoga besna?
- Dva konca paraj od srceto, dragi,
edniot crn e, a drugiot crven,
edniot budi mornicavi tagi,
drugiot kopnez i svetol i strven.
Pa so niv vezi ednolicna niza,
pesna od kopnez i pesna od maka
ko jas sto vezam na lenena riza
rakav za bela nevestinska raka. (·)

"La ricamatrice"
Ricamatrice, dimmi come nasce
Lo schietto e severo canto macedone
Da questo cuore che in rivolta, insonne,
con se stesso discorre nella notte?
Due fili dal tuo cuore strappi, caro,
Un filo è nero, l'altro è rosso;
e l'uno desta tristezze assopite,
l'altro il lucente anelito che strugge.
Con quelli intreccia l'uniforme ordito,
un canto d'ansia e un canto di dolore,
come io ricamo all'abito di lino
trine per candide mani di sposa. (·)

Girano tra di noi le immagini di figure, tecniche e particolari dell'arte del ricamo macedone.

Perché il ricamo è stato portato tra noi? Il ricamo adorna i vestiti, sia quelli quotidiani, che quelli della festa, e diventa un trionfo sui vestiti delle nozze. E' un lavoro femminile, che porta la bellezza, la tenerezza, la pazienza e l'amore addosso alle persone per rendere le giornate e le vite più piene di leggerezza e soavità. Il filo nero e il filo rosso della poesia di Koneski formano con tutti gli altri colori la trama del ricamo. Il nero rappresenta ansie, dolore e tristezza; il rosso porta le speranze, i desideri, e i segreti. Come la Macedonia (e/o macedonia) "terra di incontri di popoli" il ricamo è un luogo di intrecci e influenze, di tradizioni religiose, culturali, artistiche diverse. L'umile, ma luminosa arte del ricamo che sembra adatta solo alle feste contadine sparse in tutta l'Europa è invece il simbolo concreto della trama delle vite, e delle culture, quella che le donne tessono affinché tra tutti gli umani sia possibile l'utopia di una festa che non finisce mai, l'economia del più giusto benessere.
In Europa il ricamo è considerato un'"arte minore", forse dobbiamo anche imparare a vederlo come una figura mondiale del nostro destino comune: da una parte una eredità antica da preservare e trasmettere alle generazioni future, dall'altra una "lezione di telaio" che fa ricominciare la percezione eurocentrica. Impariamo, allora, che il ricamo è un cammino che vale anche mentre lo si fa e non solo perché serve a uno scopo concreto (un vestito, una coperta, una tovaglia).
Perché non impariamo tutti a ricamare il nostro futuro?

Passiamo a lavorare sulla resistenza (otpor) di Predrag.

OTPOR!/RESISTENZA
OTPOR! è un movimento studentesco, che si è diffuso ultimamente anche a livello popolare, che in Serbia si oppone non soltanto all'attuale regime di governo e ai suoi seguaci, ma anche ai suoi valori (nazionalismo e "pensiero unico"). OTPOR! è un movimento spontaneo, senza strutture organizzative dure e senza gerarchie; opera con leggerezza usando soprattutto l'umorismo, il gioco e l'ironia come armi politiche e la risata che serva a seppellire la pesantezza del potere. OTPOR! rinuncia alla violenza fisica e a quella delle armi, ma il governo l'ha proclamato "organizzazione terroristica": come sempre e in tutte le parti del mondo l'azione ludica e la risata fanno paura al pensiero unico perché lo svelano come "re nudo", come fabbrica di parole della menzogna ("guerra umanitaria", "democrazia senza minoranze" ecc.).
La parola resistenza ha in Europa, dopo la seconda guerra mondiale, un significato storico di guerra partigiana; negli anni del dopoguerra ha assunto un valore non-violento, seguendo soprattutto il messaggio di Gandhi e di Martin L. King. In questi ultimi anni e mesi, si va pronunciando un nuovo significato e una nuova pratica della resistenza: quella della lotta al dominio assoluto della mondializzazione neo-capitalistica (globalizzazione). Essa va assumendo forme diverse a seconda dei mondi nella quale si esprime: dai contadini Sem Terra del Brasile ai maya del Chiapas fino ai movimenti autogestiti degli immigrati nell'Europa occidentale. Tutte queste forme di "nuova resistenza" oggi sono in contatto tra di loro attraverso la rete telematica e vogliono cambiare in meglio il mondo.
Proponiamo un cesto delle parole e delle cose alle quali è giusto resistere.
Cominciamo, a produrne una lista, soprattutto di quelle delle cose più nascoste, meno visibili, e perciò più pericolose.
La prima potrebbe essere: stupidità arrogante. Perché la stupidità da sola non è tanto pericolosa: è "un dono della natura", non sarebbe giusto opporsi a qualcosa che non è prodotto della volontà umana. Ma riunita con l'arroganza, essa cerca sempre il potere, cerca di sottoporre tutti gli altri sotto le proprie regole.

Giuseppe Ianni, tosco-calabrese, porta la parola
MALINTESO
Le profondi trasformazioni a tutti i livelli della comunicazione nella nostra società costituiscono uno dei cambiamenti più significativi nel processo di globalizzazione. Gli "interessi" sembrano tutti rivolgersi ad una produzione intensa e accelerata di conoscenze, fra le quali non trovano posto pensieri e forme di vita della nostra tradizione. Vogliamo ricominciare, ma senza ancoraggi; i legami e le appartenenze sono un limite, lo sradicamento una condizione necessaria, la comprensione un optional.
Sul piano relazionale, i teorici della democrazia c'invitano a non entrare nel merito delle tensioni sociali: lo spazio da abitare è solo quello di superficie, magari orientato verso l'accomodante solidarismo piuttosto che verso la comprensione, alla "convivenza pacifica" piuttosto che alla pratica dell'alterità.
Così, il malinteso, il non capirsi, è solo, e resta soltanto una condizione dell'essere umano che aiuta a non perdersi del tutto fra persone che non hanno il tempo di fermarsi, impegnate a raggiungere, attraverso una crescente accelerazione, la meta della "modernità" e del benessere.
Nella pratica interculturale, in certi casi, il malinteso si propone come incontro-scontro fra soggetti diversi per cultura, religione, sesso, ecc.., ma non sempre è chiaro l'oggetto della controversia, stentiamo a riconoscere i conflitti di valore, le aree sensibili proprie e quelle altrui: spesso c'è un arroccamento sulle proprie posizioni di partenza, all'indietro, da entrambe le parti. Questi aspetti spesso interrompono la comunicazione ed alimentano la "sottrazione all'incontro". In altri casi ci sentiamo goffi, spiazzati, imbarazzati; e questo succede perché ci comportiamo partendo da informazioni scarse e inadeguate, da "astrazioni indeterminate", producendo, e soprattutto riproducendo inavvertitamente, stereotipi, affidandoci ad essi per interpretare la realtà (vedi la favola dei cinque indiani ciechi e l'elefante: l'elefante, di volta in volta, prende la forma di un serpente, di un tronco d'albero ecc.). L'urgenza classificatoria e "alla cieca" si sofferma sui frammenti, costretta a trascurare il contesto. Mentre solo la percezione e la considerazione del contesto insegnano a capire che il tutto non è mai riducibile alla somma delle singole parti.
Il malinteso, nella situazione interculturale, così come in ogni altra forma di comunicazione, è l'occasione "irripetibile" dell'incontro e della comprensione reciproca, così come della conoscenza e dell'apprendimento nella situazione pedagogica. Come la comunicazione tutta, anche il malinteso è un'azione discorsiva complessa, all'interno della quale vive e nutre una "costellazione" di elementi emozionali. Pensiamo, per esempio, al modo in cui affrontiamo le situazioni di imbarazzo, di vergogna, quando nella relazione con l'altro ci sentiamo turbati, e la voglia di fuggire. In quel momento cerchiamo di porre rimedio nel modo più semplice e più disinvolto possibile. Facciamo entrare in gioco tutto il savoir faire di cui siamo capaci. Il malinteso è uno spazio vitale e una risorsa, per spianare e alimentare la relazione con l'"altro", con il "diverso", con lo "straniero", e con il vicino, il prossimo, l'amico, il coniuge. Un "saper fare" che non può e non deve tradursi in conformismo né in omologazione, né risolversi in chiusura, separazione, sottrazione. Il malinteso è l'occasione fondamentale "nel senso di inaugurale e iniziativa, e non in quello di fondativa" per comprendere il senso di ciò che ci sta accadendo. Il malinteso chiama in causa il rapporto tra forme di conoscenza e forme di convivenza e rimanda alla complessità comunicativo-relazionale, in cui hanno senso e significato le dinamiche dell'ascolto, dell'osservazione, della capacità di prendere le distanze dal proprio sistema simbolico e culturale, della circolarità della comunicazione, del "colloquio" e della polifonia.
Per chi pratica l'utopia e la poetica dell'interculturalità, il malinteso diventa il rivelatore delle dissonanze cognitive ed emozionali delle diverse visioni del mondo e la chiave di accesso alla conoscenza reciproca.

31 luglio 2000 - Firenze
Carlo parla della sua parola poesia

Poesia
La parola che contiene parole, un modo per aggirare l'obbligo a sceglierne una sola , o alcune. Parola utile a portare dentro di sé, un attimo, i mondi, l'altro da sé, per sintonizzarsi con l'uno di cui facciamo parte: pietas anche verso se stessi. La poesia ci circonda, come i sogni e simboleggia, rafforza, semplifica, lascia traccia del detto: é il riconoscimento della fecondità dello strumento, l'infinito e imprevedibile ricominciare della comunicazione é un gesto rischioso, che ci consegna senza difese, ma che nel contempo chiede reciprocità, altrettanta non violenza.
Urgenza di sistemare le cose tra noi e il mondo: punto e a capo, ricominciare, circolarità, autoanalisi, respiro della mente, ripartire da noi dopo il confronto con l'altro da noi. Le persone cambieranno i mondi che sono.
Poesia sedicente, "esiste solo se qualcuna la pensa": strip tease, allora, anche se le grazie da mostrare sono scarse, poiché ciò serve. I due ragazzi della Guinea che da un anno ci guardano da sopra le nuvole ci hanno consegnato alcune parole, Voyage, Souffrance, Droit Beau Continent: una poesia ungarettiana, si sta come d'inverno il migrante sul gommone, appunto. Poche parole, l'innesco di una deflagrazione di parole e pensieri, il clic che ne contestualizza altre migliaia nel nostro cervello. Poche parole, trama di un maglio, frecce acuminate che colpiscono in pancia, punto "c" della comunicazione profonda, il sud di ognuno, il basso ignobile rimosso dalla nobile ragione, ricongiunzione delle parti divise del corpo, presupposto per vivere integralmente e consapevolmente.( "Sano" in alcuni dialetti significa "intero"). Benessere.
Sentimenti e pensiero logico devono governare insieme il corpo, pena la perdita di pezzi della nostra identità di specie umana.
Poesia é forma utile e lieve, lampi che intercettano l'attenzione blandita e adescata dalla marmellata della comunicazione dall'alto (TV&Pubblicità); tempo e spazio per altri messaggi dai mondi. Distillare esperienze, asciugare spogliare trasmettere a sé e agli altri. Prendere il tempo per ascoltarsi e ascoltare, consapevoli che le parole tracciano percorsi: la poesia é un invito. La forma di comunicazione che stiamo cercando.

Patologie dal nord
La fatica
Di togliere ad ogni pasto
Dal piatto mosche
E bocche grandi e vuote
Cadute
Dai telegiornali
Fa passare l'appetito
Francesco ci porta
Cittadinanza nella scrittura, ospitalità della lingua.


Cittadino é il termine con cui il diritto, a partire da quello romano, riconosce dignità giuridica a un uomo e a una donna, lo status che consente l'accesso ai diritti garantiti dalla comunità. La rivoluzione francese ne fece apparentemente un termine egualitario con cui appellare il nobile e il contadino, il religioso e il laico, ma soprattutto ne radicò il diritto al luogo di nascita o ai legami di sangue, cioè alla nazione (ius soli, ius sanguinis). E' una parola del potere, una parola da disinfettare: é lo strumento attraverso il quale il governo controlla l'appartenenza di un individuo al proprio spazio civico. Oggi gli apolidi o i rifugiati costituiscono un problema giuridico permanente, perché il loro sradicamento semina lo scompiglio nelle burocrazie dell'esclusione. Con la loro disinvoltura identitaria, o quantomeno geografica, queste figure spezzano la continuità fra uomo e cittadino, fra natività e nazionalità, mettendo in crisi salutare le fondamenta dello spazio nazionale. La crisi portata dagli apolidi può essere un'occasione importante per il superamento degli stessi stati nazionali.

Un'avanguardia della situazione che si va delineando potrà per il futuro é appunto la cittadinanza nella scrittura, un'idea che supera le nazionalità. Questa condizione di libertà si può disegnare nel segno di una sorta di appartenenza sovranazionale degli scrittori liberati di vincoli statali, una res publica litterarum sganciata da ogni appartenenza politica e da ogni separatezza dei dotti nella loro torre d'avorio: un senso elitario di non-appartenenza che un austero e neo-classico "luogo comune" attribuisce allo scrittore, considerato in perenne esilio dalla terra, dal tempo, dalla società. Quest'idea di cittadinanza é un'idea conservatrice, che finge l'esistenza delle Arcadie e delle Torri d'Avorio ignorando la brutalità delle realtà nazionali, delle leggi e soprattutto della lingua, con la sua storia e le sue convenzioni. La cittadinanza della scrittura che interessa il rapporto interculturale é invece l'ospitalità o adottività della lingua. Dell'Arcadia possiamo salvare il rispetto per la dignità di qualsiasi scrittura, della creatività come tale, ma non la finzione di un mondo senza paesi, senza differenze, senza condizionamenti storici. L'ospitalità della lingua é invece la condizione di accoglienza che ogni lingua realizza nei confronti di chi se ne serva per trascrivere in essa pensieri elaborati secondo un diverso sistema culturale, la sua ricettività all'apporto di fattori esterni come condizione unica della sua stessa vitalità, del suo sviluppo.

L'apporto dei nuovi scrittori migranti, portatori di diversi sistemi di valori, di un diverso immaginario, di un rapporto sconosciuto fra cose e parole, modifica la reattività dello specchio linguistico. Noi ci guardiamo in quello specchio, dove sono passati gli altri, e ci vediamo diversi: cogliamo di noi stessi e dell'ambiente che ci circonda aspetti prima inosservati, sfumature nuove. La luce stessa del nostro viso sembra cambiare, nella luce degli occhi. Quasi nulla é pié come prima in questo rispecchiamento. Lo specchio della scrittura ö il deposito delle sue forme e dei suoi significati ö é il luogo comune di chi la usa, modificandone i poteri, e di chi ci passa per transito di scambio. E' lo spazio di un colloquio, o meglio di uno scambio permanente, anche quando chiediamo allo specchio di riflettere solo noi stessi, perché l'immagine che ci restituisce é il risultato del contributo di tutti quelli che ci sono passati.

Nella poesia - fra le forme letterarie, la pié autorappresentativa ö si realizza al suo massimo grado una circolazione di sensi, un colloquio inesauribile fra le vite dei secoli passati, che hanno costruito e orientato quei sensi con le loro passioni, i loro valori, i loro interessi, i loro scopi, e la vita di chi sta scrivendo e di chi leggerà.

L'esperienza di scrivere in una lingua diversa dalla nostra lingua madre é quella - comune a molti di noi, immigrati per qualche ora, per un'occasione, per un periodo o per sempre in un paese straniero - di scegliere come priorità la comunicazione rispetto all'espressione personale, il presente rispetto al passato, l'identità in costruzione rispetto alla garanzia della tradizione, ma anche l'intenzione di trasportare il nostro passato e il codice della nostra comunità o almeno della nostra personalità in una cultura che non ci conosceva e non ci esprimeva prima di quel momento e nello stesso tempo di attivare volontariamentre uno spazio in cui vivere il colloquio con il mondo che abbiamo scelto o che possiamo creare. E' la fatica di usi sconosciuti, di padronanze comunque imperfette e dunque creative, di un senso d'inferiorità permanente, quella che qualcuno ha definito "schizzoglossia", la sensazione, come ha scritto il poeta sudafricano Breiten Breytenbach, di chi ha una gamba amputata: sente di averla ancora ma non può usarla. E' un'assenza sensibile ma anche un'influenza attiva, il lavoro sottotraccia della lingua perduta, che chiede di esprimersi e può farlo solo al prezzo di una mediazione. La scelta di adottare la lingua del paese d'accoglienza é sempre sofferta: significa in un certo senso sradicarsi, tradire la lingua madre, impoverirne il futuro letterario; ma l'adozione della nuova lingua permette di uscire dall'astrazione, diventa strumento di liberazione, annulla le barriere. Scrivere in un'altra lingua, sia per chi comincia a farlo per la prima volta, indotto dalla sollecitazione dell'ambiente di immigrazione, sia per chi - dopo aver maturato una propria esperienza di scrittura in lingua madre - opera una nuova scelta assolutamente volontaria e consapevole (come Elizabeth Bishop, statunitense trasferitasi in Brasile), é anche la gratificazione del riconoscimento di una capacità di interlocuzione, di rapporto, di apporto in una dimensione diversa da quella, garantita, della comunità di provenienza, l'ebbrezza del controllo di più alternative, e quindi una forma di libertà, l'uscita da quella che Amin Maalouf ha definito identità meutriùre, "identità assassina". Nella lingua adottiva il nostro contributo, anche sconnesso, attiva quello che Pasolini definiva un uso minore e quindi antiautoritario della lingua, e talvolta anche una pié raffinata consapevolezza stilistica (si pensi a Cùline). Una studiosa, analizzando l'inglese delle poesie sudafricane, ha parlato di africanizzazione della cultura europea, ed espressioni simili hanno usato Salman Rushdie e scrittori indiani. E' questa la strada di una specie di decolonizzazione retroattiva: un meticciato/sincretismo linguistico, la creolizzazione (Glissant) delle forme espressive occidentali e di qualsiasi altro luogo della terra a partire dall'adozione linguistica . Una condizione necessaria non al senso di solidarietà sociale ma alla vita stessa di una cultura e di una letteratura, alla libertà di chi la adotta.

Esperienza speculare é quella della traduzione, specie poetica, paradossale e fruttuosa "lingua della lingue": esperienza di accoglienza, di ascolto premuroso, interrogazione curiosa della vita dell'altro, delle sue memorie, del suo codice etnico, letterario, personale, del suo modo di percepire odori e colori, suoni e presenze. E' la prova di un dialogo in cui si parte avvantaggiati dal potere dell'ospitalità, dal ruolo di chi ha l'ultima parola ma anche la responsabilità di attribuire un'identità, occultare dei tratti, evidenziarne altri: scegliere la faccia con cui l'altro si presenterà ai nostri vicini. Rispetto all'adozione di una nuova e sempre mobile cittadinanza linguistica la traduzione é una soluzione che rispetta pié profondamente le identità di partenza e evita il rischio, sempre presente, di strumentalizzare la letteratura della migrazione come oggetto di solidarietà piuttosto che fenomeno letterario.
E' vero però che la scrittura nella lingua della comunità di adozione; comunque la possibilità di sperimentare forme di ibridazione innovative.

Possiamo dire che la lingua mondiale di oggi é la lingua della traduzione, questo spazio libero e non etichettabile in cui si pratica il dialogo delle scritture e delle cittadinanze.
La cittadinanza poetica che si assume con la scrittura non é mai una concessione, é una conquista. E' il potere camaleontico del poeta: non nel senso che gli attribuiva Keats quando parlava di poeta camaleonte perché privo di identità, sempre pronto ad assumerne una nuova, ma nel senso delle favole africane dove il camaleonte é mediatore fra gli uomini e gli dei.

Proponiamo di aprire nello spazio web di Portofranco un box dove si possa comporre, col contributo di tutti, un Canone degli scrittori senza luogo, o senza un unico luogo: da Omero a Raimondo Lullo a Joyce, Celan, Rilke, Conrad, Pessoa, Nabokov, Brodskij, Beckett, Rosselli, Walcott, Jabés.
A differenza dei miei genitori, traduco non tanto per sopravvivere nel mondo intorno a me quanto per crearne ed illuminarne uno che non esiste. La narrativa é la terra straniera che ho scelto, il luogo dove lotto per trasmettere e preservare ciò che é significativo. E sia che io scriva da americana o da indiana, su cose americane o indiane o di altro tipo, una cosa rimane costante: traduco, quindi sono.
La cittadinanza della scrittura é quella, per ora, che fornisce un diritto (Droit) ai nostri ragazzi della Guinea morti nel carrello dell'aereo: il diritto alla memoria.

L'ultimo é Ranieri che porta la parola
Benessere
Proponiamo questo luogo comune, molla e chimera del nord ricco del mondo, perché sia inteso come l'azione specifica e cosciente per l'"essere bene" che parte inevitabilmente da una concezione egoistica dello star bene, ma che deve saper includere, senza assimilarlo, l'altro da sé. Solo in questo modo si può realizzare Benessere. Non può esistere alcun effettivo benessere se per realizzarne uno parziale si deve innescare una spirale di malessere generale.
Il desiderio inappagato di benessere apre due possibilità: quella del consumo sfrenato e colonizzante (vedi TV & Pubblicità) e quella della risposta consapevole.
Se da una parte esiste una domanda concreta di reddito che proviene dal sud del mondo, che costringe alla migranza, dall'altra vi é una domanda perennemente insoddisfatta dal consumo di massa che parte da un desiderio-malessere forse appagabile attraverso la molla della curiosità. Curiosità nel senso di curiositas: un desiderio di approfondimento e di conoscenza che poi arriva all'incontro con l'altro e quindi al desiderio-bisogno di praticare l'altro da sé, in quanto detentore di possibilità non date o conosciute. L'andare verso l'altro spinge a ricercare nel dissimile il complementare, scoperta che aiuta la conoscenza di sé e stimola un senso di appartenenza critica.
Una condizione nefanda del benessere del nord sta nel malessere che opprime tutti noi che vi apparteniamo (dallo sfruttamento delle risorse del sud, al grigiore indifferenziato dell'omologazione esistenziale) e non si può pensare a nessun percorso di crescita per chiunque se non attraverso l'interiorizzazione di valori prettamente personali, anche quando non interamente condivisibili, e che possono partire anche e non solamente dal così detto egoismo.
Forse c'è un egoismo che può portare i singoli a soddisfare i bisogni di socializzazione, partecipazione, ascolto, attenzione e in poche parole permette una forte motivazione sempre sospinta dalla curiositas. Un percorso possibile di benessere, quindi, é proprio quello che partendo dallo star bene con se stessi può permettere l'apertura all'altro attraverso l'ascolto e attraverso l'esercizio di sottrarre da sé alcune abitudini culturali per poter permettere all'altro di aprirsi e di non sentirsi in dovere di farsi assimilare.
Questa strada può passare anche attraverso un periodo dove occorra fare i conti con se stesso, per smantellare tutte le forme individualistiche esasperate, gli eccessivi radicamenti e in ultimo la paura per il diverso e lo "sconosciuto". Attraverso il pathos e il logos, testa e cuore interconnessi, l'individuo non scisso é consapevole dei conflitti che inevitabilmente nascono con l'altro, e quindi agisce per permettere l'approdo in un terzo spazio, quale territorio condiviso, ponte di intesa attraverso il quale é possibile approfondire la conoscenza tanto delle differenze quanto delle somiglianze senza che il malinteso possa far ripiombare nel sospetto reciproco i diversi mondi.
Questo percorso, che una volta avviato non si può pié arrestare, potrebbe veramente permettere all'uomo di vincere una parte delle sue paure. La paura dell'oppressione, oppressione che é sempre dettata da paura: paura di perdere libertà, quindi togliendola, paura di perdere risorse economico-energetiche, e quindi accaparrandole, paura di essere sopraffatti e allora sopraffacendo. Vi é quindi un egoismo superiore che può portare i singoli a godere i bisogni di socializzazione, partecipazione, (e quindi ascolto, attenzione) attraverso una forte motivazione sentita e diffusa che renda attivi e consapevoli i componenti della così detta "maggioranza silenziosa" che oggi hanno rinunciato a credere che ci sia la possibilità di una strada personale e consapevole.
Dobbiamo poter concepire il benessere anche in un modo pié oggettivo: per trovare un valore assoluto che tenga conto delle condizioni di vita (sensu latu) e la qualità della vita (strictu sensu) della specie umana. Il benessere non può prescindere dalle condizioni ecoambientali nelle quali l'uomo si trova a vivere o a non vivere - leggasi morire -.
Benessere, quindi, come indice effettivo per arrivare a trovare un valore numerico che riassuma le condizioni di salute del "pianeta uomo" in un dato periodo di tempo. In modo da dare la chiara percezione e misura dell'aumento o diminuzione di Benessere globale.
Questa operazione dovrebbe avere due effetti: il primo é di riportare l'attenzione sulle metodologie da adottare per misurare il valore del "pianeta uomo", riaprendo così il dibattito senza escludere che domani si impongano differenti approcci, che abbiano sempre, però, come risultato la definizione di un valore unico e riassuntivo per conoscere la nostra salute. Il secondo effetto é quello di sgombrare la logica dominante che vuole che ad una catastrofe lontana (in Africa per esempio, ma si considerino pure i 2/3 del "pianeta uomo" dove la catastrofe é in atto) corrisponda un nostro vantaggio, imprescindibile, irrinunciabile e immediato. Ossia che per mantenere e/o innalzare la quantità di risorse disponibili per una parte sempre pié minoritaria di uomini si debba saccheggiare e distruggere irrimediabilmente la specie umana.

2 agosto 2000 - Prato Villa Fiorelli
Cominciamo a lavorare la parola
Ul
portata da Choi

Ul, che alla sua origine, in coreano, vuol dire Centro/nucleo, si può tradurre in italiano con: Padrone di se stesso, e anche con Identità nazionale.
Quando lasciamo il nostro abituale posto di vita (patria, famiglia paterna, sede, lavoro ecc.) e ci spostiamo altrove, ci scopriamo essere stranieri e nello stesso tempo rivalorizziamo i significati di tanti altri modi di essere: essere figli, donna, coreana, umana ecc.
Ecco una storia:
Quando cominciai a frequentare altre famiglie e nuovi amici capii che significa essere viziata e chiusa nel mio mondo famigliare. Volendo andare a vivere da sola per conoscere me stessa chiesi il permesso a mio padre. Ne ebbi un rifiuto. Disse: non te ne andrai via dalla famiglia se non quando ti sposerai. Lui si fidava di me "lo so" ma non si fidava del mondo. Cominciai allora a capire che cosa significa essere una donna.
Cercai un lavoro che mi permettesse di andare a vivere da sola senza ferire i miei genitori. Andai a fare l'impiegata in Papua Nuova Guinea.
Poi venni in Italia per studiare la cultura europea. Dopo tre anni di apprendimento presentai la domanda di iscrizione all'Università La Sapienza di Roma. Il console italiano a Seul mi aveva detto che non era necessario presentare il documento della mia laurea (in lingua letteratura giapponese) presa in Corea. Ma La Sapienza richiese la documentazione della mia carriera scolastica. E così comincio la mia piccola battaglia di sei mesi contro le burocrazie. Allora ho scoperto di essere coreana, oltre che me stessa.
A Roma ho conosciuto tanti italiani. Una volta ho aiutato un ragazzo a perfezionare il suo giapponese. Siamo diventati buoni amici. Ma ho scoperto con grande sofferenza che l'amicizia tra noi era un malinteso.
E così, lontana da casa (ma dov'è la mia casa?), combattendo burocrazie e incomprensioni, coltivando malintesi e nostalgie sento di essere avviata veramente sulla via della padronanza di me e su quella della mia identità nazionale.
Tutte le culture hanno due facce: quella dell'individuo e quella della comunità. E anche due valori: uno positivo e l'altro negativo. Scoprire se stessi nella situazione dello spaesamento e del sentirsi straniero, comporta la rivalorizzazione degli aspetti positivi della nostra cultura originaria, che solo ora diventano veramente percepibili ed efficaci. Diventare stranieri ci porta sulla via del risveglio. E quando riflettiamo sugli aspetti negativi, chiusi, sordi, assoluti, dell'assolutezza di chi si crede al centro del mondo, solo allora scopriamo di essere sulla soglia, felici, della costellazioni dei centri e dei mondi.
Alla fine della mattinata Gianni porta
Risonanza
Un uomo, con indosso un vecchio cappotto e in mano un foglietto su cui si intravede la parola procul , appare in una piazza di una città che non esiste nel nord dell'Europa: probabilmente è un profugo. Siccome non sa chi è e dove si trova più volte cerca di incamminarsi lungo una delle strade che escono dalla piazza ma non arriva da nessuna parte e non incontra nessuno. Alla fine, sotto il peso del senso di impotenza, si siede e inizia a scrivere tutti i sogni e i ricordi che gli sono comparsi lungo il cammino. Solo allora e con questo modo sente finalmente di risuonare con il luogo in cui si trova e scopre una sua entità.
"Risonanza (- acustica), quando due corpi oscillano con frequenze uguali". "Suono" = lat. SONUS·cfr. irlandese SON parola·e sanscrito SVA, somnus [svapnas]".
[testo da Gianni Cascone, Prokulo Hauser, in GRAFIO, La città: proiezioni e scritture, Firenze, Giunti 1997]
La risonanza è un sapere che viene dal sentire. Non impone una verità, né una scienza, né una tecnica. La risonanza è un modo del non-possesso.
Lo straniero non è l'extra-comunitario, è l'uomo occidentale: solo rendendosi altro dai propri luoghi e dalle proprie immagini egli può farsi mendicante di storie, accogliendo quelle portate dai nuovi stranieri "proprio quelli che egli disprezza" e da qui ricominciare a poter narrare. Noi occidentali ci siamo condannati a vivere nell'ossessione di un continuo presente, mentre lo straniero ci ridona la dimensione del tempo e la ricchezza di memoria e futuro.
Esterno-sera, Wim Wenders Fino alla fine del mondo: il protagonista sdraiato fra due aborigeni australiani che lo curano sognando insieme a lui.
Dobbiamo risuonare con gli stranieri raccontandoci i sogni e descrivendo i territori in cui viviamo insieme.
La risonanza non è la fama nevrotica dell'universo dello spettacolo mediatico (televisione-pubblicità). È recuperare distanza, scambiare storie, oscillare con frequenze uguali insieme all'altro.
Da Villa Fiorelli a Lucca. Tutti a pranzo da Giulio sotto le Mura: trionfale. Alle 3 p.m. saliamo sui bastioni e arriviamo alla Sagarana, la scuola di scrittura fondata da Julio Cesar Monteiro Martins, nella casermetta sopra la Porta di San Donato.

Julio presenta la struttura e le prerogative di Sagarana e poi passa a proporre la sua parola
Sincretismo
La parola è antica, viene dal greco e vuol dire riunione, contaminazione tra filosofie, religioni, costumi. Oggi torna, diversa, in Occidente dall'America Latina, dal Brasile e dai Caraibi, dove indica da tempo, dal tempo della deportazione delle popolazioni yoruba, bantu, baulè, ibo, mandinga e tante altre ancora dall'Africa occidentale in America: quella caraibica e il grande Brasile. Da allora, anzi, fin dalla pancia della nave negriera che attraversa l'Atlantico, dove tutti i prigionieri sono stati mischiati tra loro dai mercanti europei, spaccando i villaggi, i clan, le famiglie e le lingue - gli schiavi - i "migranti nudi", come li chiama lo scrittore della Martinica Edouard Glissant - mascherano le loro radici e le loro identità tagliate e disperse sotto la superficie della lingua portoghese (o spagnola ecc.), del culto cristiano, delle abitudini oppressive dei padroni europei e creoli.
Il primo Sincretismo, spontaneo e miracoloso, nella sua realizzazione latino-americana, è questa contaminazione che nasconde, questo mascheramento doloroso, circospetto, coatto: ma è già una forma di libertà e di creazione. Come il candomblé brasiliano, la religione che sovrappone i santi cristiani al pantheon yoruba, analoga alla santeria cubana.
C'è un sincretismo obbligato e ce ne è uno nuovo utopico, cercato, voluto, inventato.
Il sincretismo moderno è latino-americano, o non è. Esso è diventato la filosofia pratica e nuova dell'umano che verrà, in tutti i mondi. È la grande libertà del Carnevale brasiliano, in cui il mascheramento è anche gioioso svestimento e apertura di tutti verso tutti, dentro la musica. Sincretismo significa stare con gli altri nella massima apertura della presenza e della contaminazione quotidiana. Vuol dire scegliere nei caratteri degli altri e delle altre culture, senza timore di perdere la propria identità (e quale?), il meglio per sé. Il sincretismo è la proposta vitale dei Sud del mondo a tutti gli altri mondi per danzare insieme il futuro. Ed è utopia al di là dell'oppressione e del dolore.

3 agosto 2000

Le parole di oggi sono fuga di Demir Mustafa e nomade di Tiziana Mori.
ESSERE IN FUGA SIGNIFICA:
Dopo cinque generazioni vissute in Macedonia, ho deciso di partire in cerca di una vita migliore. A Skopje vivevo con la mia famiglia in una piccola casa, modesta ma dignitosa. Eravamo quattro fratello sposati e solo io e mia madre lavoravamo. La casa troppo piccola e la mancanza di mezzi mi ha spinto a partire in cerca di una vita migliore. Sono partito in treno con mia moglie e mio figlio per Bruxelles, dove non avevo nessun punto di riferimento, non conoscevo nessuno. Sapevo che esisteva un centro di accoglienza, una ex caserma militare. Dall'ufficio immigrazione di questo centro ho ricevuto il permesso di soggiorno per sei mesi. Ma intanto continuavo a non conoscere nessuno e a non capire la lingua. Un serbo attento ai miei problemi è riuscito ad ottenere una stanza per me e la mia famiglia. Questo serbo mi ha raccontato la sua fuga dalla Serbia dopo la seconda guerra mondiale con i cetnici e il re Alessandro. Era fuggito a Londra, ma dopo un po' di tempo aveva deciso di staccarsi dal gruppo degli oppositori di Tito, i quali hanno cominciato a minacciarlo e lo hanno costretto a fuggire di nuovo, questa volta a Bruxelles.
Con l'aiuto di un giornalista tunisino, fuggito dal suo paese per motivi politici, sono andato all'ambasciata americana per chiedere asilo politico. Oramai avevo imparato qualche parola di francese e anche di inglese, nel caso avessero accettato l'asilo politico negli Stati Uniti. Purtroppo non mi è stato concesso e non ho ottenuto neanche l'asilo politico in Belgio.
Nell'ex caserma dove vivevo c'erano tanti rom, tra i quali una coppia di anziani polacchi i cui figli mi hanno aiutato a trovare una sistemazione in Germania. Perciò sono andato a Colonia dove mi hanno promesso una sistemazione in cambio di 1500 marchi. Ma durante il viaggio di ritorno dalla Germania verso il Belgio la polizia di frontiera mi ha fermato perché avevo il permesso di soggiorno scaduto da circa un anno. In realtà c'era un errore nella data e io stesso non me ne ero accorto. Con il mio scarso francese, con qualche parola d'inglese, mischiando un po' con il macedone, cercavo disperatamente di spiegare che c'era un errore, e alla fine li ho convinti della mia sincerità mostrando la foto della mia famiglia rimasta in Belgio. Così mi hanno lasciato andare. Sono potuto andare a prendere mia moglie e i miei due bambini, uno dei quali aveva poche settimane.
Siamo arrivati in Germania e siamo andati a vivere in un piccolo appartamento. Mi sentivo tanto triste e nostalgico che mi sono ammalato. Sono stato ricoverato per un mese e in ospedale ho trovato un gruppo di anziani. Dai loro racconti ho saputo tante storie del periodo della seconda guerra mondiale in Jugoslavia. Il periodo della malattia è stato molto brutto, ma l'ho superato e dopo mi sono messo a studiare la lingua e ho anche trovato un po' di lavoro presso l'ufficio immigrazione dove facevo l'interprete fra i rom e i tedeschi. Dopo poco però ho saputo che la mia richiesta di asilo politico era stata rifiutata. Dovevo partire di nuovo. Avrei voluto tanto tornare in Macedonia, ma i miei fratelli mi dicevano per telefono che la situazione economica era sempre più precaria. Ogni giorno era peggio. Ho pensato di raggiungere uno dei miei fratelli che si era trasferito in Italia, a Firenze. Qui mi sono trovato in un campo nomadi. Era molto diverso da quello che mi aspettavo. Non concepivo i litigi, la tensione, il disagio, sentivo che la mia vita si deteriorava. Nell'attesa di trovare un lavoro mia moglie doveva andare a chiedere l'elemosina e io mi vergognavo di dover dipendere da lei. Nella disperazione ho cominciato a scrivere poesie e a pregare. Mi sono aggrappato ad una speranza: quella di poter ricominciare, di nuovo.

Mi sveglio la mattina presto

Mi sveglio la mattina presto
vedo le carovane dei Rom,
rotte, senza finestre,
i container avuti dai gagù,
infiammati dal sole caldo,
d'inverno sono frigoriferi.
In mezzo al campo un bambino nudo
davanti al rubinetto guasto,
forse ha sete forse cerca di lavare
lo stomaco vuoto.
E io, fermo, penso
da quale parte devo andare
per portare qualcosa
ai miei bambini
da mangiare.
La mia anima è vuota
senza vita in me.
Chiudo gli occhi.
Bugie nelle mie lacrime.
O Dio, ascolterai tutto
questo che dico,
ai miei bambini la serenità di dare.
E' pesante per me questo mondo,
la povertà mi ha ammazzato.

Ho cominciato a lavorare come mediatore culturale nelle scuole. Questo mi ha permesso di entrare in contatto con i gagù, di conoscere e di farmi conoscere. Ho trovato poi un lavoro e una casa, ma rimango sempre vicino alla mia gente e voglio dedicare tutto il mio tempo libero alla comunità rom. L'anno scorso, quando la guerra in Kosovo ha provocato una grande fuga di rom verso l'Italia, alcune famiglie sono venute a Firenze e io ho sentito la necessità di aiutarli a sistemarsi. Ho passato molto tempo ad ascoltare i loro ricordi tragici, non li potevo aiutare, ma sapevo che era importante dargli la possibilità di tirare fuori i loro incubi.
La fuga non è rinuncia e paura e nemmeno la condanna ad un eterno peregrinare. La fuga è anche essere costretti a fuggire dalla propria residenza e dover diventare nomade per arrivare a stabilire una nuova residenza, per poter ricominciare altrove, non come profugo e nomade, ma come cittadino. Tiziana porta la parola

Nomade
Nell'immaginario europeo la parola nomade presenta molti aspetti ambigui, perfino inquietanti.
Alla base di questa concezione si possono leggere tracce dell'immagine romanticheggiante dello zingaro come simbolo di uno spirito libero, che vaga per il mondo in piena sintonia con la natura e riluttante ad accettare schemi e norme preordinate. Ma nomadi sono anche i Peul che attraversano con i loro armenti le savane dell'Africa subsahariana e i mongoli che spostano tende e cavalli nelle praterie dell'Asia centrale.
A queste immagini si sovrappone quella penosa degli attuali campi nomadi europei, con il loro carico di emarginazione e di sofferenza.
Cerchiamo di dipanare questa matassa e di capire meglio i nostri rom e i sinti, perché è così che vogliono essere chiamati, non zingari.
In nome di questa parola i rom e i sinti sono stati cacciati e sterminati nel corso dei secoli in Europa. L'esclusione è stata contemporaneamente causa e conseguenza della mobilità che è divenuta elemento fondante dell'identità di questo popolo. La mobilità e l'esclusione hanno fatto sì che i rom e i sinti siano oggi dispersi nei vari paesi europei, dove seguono usi e costumi delle comunità maggioritarie in mezzo alle quali vivono, dalle cui lingue prendono molte parole.
I rom estrinsecano quindi la loro identità in un continuo adattamento alla società maggioritaria, vivendo fra i gagù, ma non da gagù. Fra le modalità di vivere fra i gagù ( i non rom, "noialtri") ci può essere benissimo il fatto di vivere in una casa e in maniera permanente, come ci può essere la necessità di rimettersi in cammino dopo anni di "sedentarizzazione". Da tutto questo si capisce come la parola nomade non possa identificare pienamente i Rom, sicuramente la gran parte di rom che non praticano la mobilità come sistema di vita. Comunque non esiste probabilmente nessuna famiglia rom che pratichi la mobilità 12 mesi all'anno. Normalmente si usa passare almeno qualche mese invernale in un luogo fisso per dedicare i periodi più caldi al viaggio per il reperimento di risorse economiche, qualsiasi sia l'attività che si svolge.
Ma non si tratta solo di una questione terminologica, o di esattezza nella denotazione. La questione è molto più complessa.
I paesi europei hanno cominciato ad usare la parola nomade piuttosto recentemente per designare coloro che normalmente venivano chiamati zingari. La società contemporanea, basata sul riconoscimento e la tutela dei diritti umani e la pari dignità dei cittadini, non può sancire l'esclusione su base etnica di una categoria di persone, per quanto universalmente disprezzata.
I paesi europei hanno allora cominciato a produrre un'infinita di documenti, raccomandazioni o leggi in cui si parla di "tutela delle popolazioni nomadi" o peggio "di origine nomade".
Mentre la parola zingaro sottintende un pericolo sociale:, vagabondo, sporco, ladro·, la parola nomade ci dice: si tratta di persone che conducono un sistema di vita arcaico (risale per noi ai primordi della civiltà), che hanno sì una cultura molto antica e ricca (la loro lingua viene dal sanscrito e hanno una bella musica), ma ormai sono in piena crisi: i loro mestieri tradizionali sono obsoleti (anche se affascinanti), la loro struttura sociale a pezzi, ma non è colpa loro se non riescono a stare al passo coi tempi. Hanno bisogno d'aiuto e soprattutto l'Europa non deve "perdere" il loro patrimonio culturale.
Se non altro oggi abbiamo riconosciuto ai rom un patrimonio culturale, prima assolutamente negato. Gli zingari venivano - e talvolta vengono ancora considerati solo dei gruppi di emarginati che avevano scelto di vivere nell'illegalità.
Con la parola nomade si cerca così di eliminare quella connotazione negativa presente nel termine tradizionale, individuando nel nomadismo l'elemento che giustifica e spiega la diversità del sistema di vita di questa gente.
In base alla creazione del "nomade", cominciano negli anni '70 a nascere in Italia i "campi nomadi". Unico spazio che le nostre città sono state disposte a cedere a presenze indesiderate, con la pretesa di preservare in questo modo la loro cultura "sono loro che vogliono vivere così e noi non li vogliamo certo costringere a cambiare". Miliardi spesi nell'allestimento di aree ghetto.
L'identificazione di un tratto - la mobilità - con l'identità culturale di un intero popolo, l'appiattimento su un concetto unico, il nomadismo, lontano dalla nostra realtà ma presente nel nostro immaginario anche in termini romanticheggianti, ha permesso di rimuovere dalle nostre coscienze l'incapacità di concepire un sistema di vita e di valori diverso dal nostro.
Nomade è quindi una parola ambigua, che porta in sè i segni del "razzismo differenzialista", cioè il razzismo moderno che con la pretesa di tutelare la differenza e i valori culturali, emargina ed esclude. Per questo è necessario dissociare definitivamente il concetto di nomadismo da tutto ciò che riguarda i rom e i sinti, pur nella consapevolezza dell'importanza che la mobilità rappresenta nella loro storia e nella loro identità.
Durante la conversazione di oggi era ospite Fulvio Saccenti che ha osservato il nostro gruppo come l'immagine di un cerchio nomade che pensa, crea altre parole e stabilisce un rapporto di comunicazione con il cerchio di spettatori che ascolta.
Al pomeriggio è venuto a trovarci il gruppo di sperimentazione audiovisiva "Comunicare fa male", che nel suo impegno da' ampio spazio all'accoglienza dell'altro, di colui che è in guerra, di chi è profugo, del clandestino, del ribelle, del marginale. Nell'ambito della presentazione del laboratorio Federico e Manuela propongono le parole comunicazione e violenza.
Alla fine della giornata alcuni si riuniscono con gli spiriti di Gezim nella danza bioenergetica. Poi si cena e si va fuori a bere un buon bicchiere di aleatico dell'Elba portato da Carlo.
A notte fonda abbiamo la notizia che l'amico curdo di Annette è stato liberato.
Pomarance (PI), 5 agosto 2000
Alla Burraia di Pomarance (ottimo cibo) Lanfranco ricorda la visita all'ex-ospedale psichiatrico di Volterra. Abbiamo visto i graffiti di NOF 4 (Nannetti Onofrio Fernando) un "forzato della sensibilità" internato per quarant'anni, che ha creato un suo linguaggio misterioso ed eversivo contro la violenza e l'ipocrisia. Sono nostri ospiti il sindaco di Pomarance e l'assessore alla cultura. Per "lasciare parole" alla gente di Pomarance, decidiamo insieme di celebrare il 6 agosto (anniversario della bomba H su Hiroshima) con un evento nella piazza del paese. Lanfranco ricorda a tutti la nostra "responsabilità del mondo". Sul muro dell'albergo c'è una lapide che ricorda la sosta di Garibaldi. Armando ricorda "l'eroe fuggitivo" amato dai "due mondi", che avrebbe detto in tarda età: "se ero ancora in forze andavo anch'io in Africa, ma combattendo 'dall'altra parte'".

Amara (scrittore algerino) prende la parola e introduce
Indifferenza
Il contrario di amore non è odio. Il contrario di amore è indifferenza. Sia nell'amore che nell'odio esiste un interesse e una conoscenza dell'altro; l'odio è una situazione aperta su una eventuale riconciliazione, mentre l'indifferenza è chiusa, statica, sterile. L'amore può portare all'odio, e viceversa. L'indifferenza porta solo all'indifferenza. L'indifferenza è la non volontà di conoscere, il non-scambio. La negazione perfino della possibilità del malinteso.
Il signor Costantino era un mio vicino di casa, a Roma. Era gentile. Si rivolgeva a me perché voleva imparare l'arabo. Ho saputo che è morto solo dopo diversi mesi. Questo fatto mi ha intristito molto, perché anch'io sono stato indifferente. Ho capito che l'indifferenza è la "morale occidentale spalmata sul nostro tempo". Comincia dai vicini di casa per andare, ingigantita, agli stranieri, agli immigrati, al "terzo mondo". Oggi la normalità è quella di seguire la maggioranza dominante. In particolare si cerca di definire cos'è normale attraverso la pubblicità. L'indifferenza nasce da una visione chiusa del mondo che divide gli esseri umani in normali e anormali. La normalità è seguire la "maggioranza dominante". In realtà, come diceva Ortega y Gasset, "la civiltà nasce quando una pecora abbandona il gregge". Le grandi innovazioni nella storia sono state fatte da chi veniva considerato "anormale", "fuori dal coro", "controcorrente".
La scrittrice eritrea Ribka, una volta, stanca di sentire il proprio nome storpiato dagli italiani ha detto: " io ho imparato la vostra lingua, voi imparate almeno il mio nome!".
Aziz era un ragazzo iraniano passato dal centro d'accoglienza dove lavoro, a Roma. Hanno rifiutato la sua richiesta d'asilo e lui mi ha chiesto ago e filo e si è (letteralmente) cucito la bocca. Aziz ha cercato di attirare l'attenzione, di combattere l'indifferenza, di far conoscere la sua storia, i suoi dubbi metafisici. Di "conoscere e farsi conoscere". Come quello di Nannetti: il suo è stato un tentativo di comunicazione estrema. Ci abbiamo messo quattro ore per convincere Aziz aparlare. Lui faceva capire che "non aveva più nulla da dire". L'infermiera che lo ha curato all'ospedale non voleva nemmeno sapere la differenza tra immigrato e rifugiato, nemmeno chi era veramente Aziz.
L'indifferenza è anche la chiusura di chi dice, nei telegiornali, "l'aereo è caduto. Non c'erano italiani a bordo".
Dove si può imparare a sconfiggere l'indifferenza?

Karla presenta la parola

Frammento
Gabriel Garcja Marquez (Cent'anni di solitudine): "El mundo era tan reciente que muchas cosas carec'an de nombre, y para mencionarlas hab'a que se-alarlas con el dedo"
["Il mondo era così giovane che molte cose erano senza nome e per chiamarle si doveva indicarle con il dito"].
Il puzzle è un gioco di pazienza: bisogna ricostruire un'immagine. I pezzi sono apparentemente incompatibili. Ogni pezzo è indispensabile per ricostruire il tutto. Farsi cittadini del mondo significa andare in visita per i mondi. Non basta "leggere" libri sui mondi. Ogni straniero che incontriamo è un frammento del mondo che ci viene incontro e che lascia una traccia. Gli stranieri sono frammenti che camminano sulle vie della vita ognuno con il suo "fardello bucato", come l'immagine del "matto" nella carta dei tarocchi. Lungo la strada il fardello dell'identità, personale e collettiva, si svuota Questo vuoto crea la necessità di un riempimento; ecco perché il frammento è privo di centro e di periferia, perché è una finestra sempre aperta verso l'altro. E' periferia di tutto è può trovare il suo centro ovunque.
Alle 21,30 andiamo tutti a Volterra, al "Teatro di nascosto" dentro la Casa di Riposo "Santa Chiara". Annette e il suo gruppo di attori, kurdi italiani ed europei, ci portano "Sebri Eyub - La pazienza di Giobbe", un testo sul dramma del popolo kurdo. Alla fine, compagnia teatrale e compagnia di ventura si riuniscono sui tappeti a prendere il tè e a colloquiare con simpatia. Cos" Annette ci ha portato nella sua parola:

Insieme
Essere insieme ha a che fare con l'amore, con condividere.
Con dare e ricevere.
Con accettare se stessi e accettare gli altri, ognuno con i propri limiti.
Accettare non significa essere sempre d'accordo o avere le stesse opinioni,
ma anche saper convivere con le differenze.
Essere insieme nel bene e nel male
Essere insieme per imparare dall'altro.
Essere insieme per insegnare all'altro.
Essere insieme nel silenzio.
Essere insieme mentre quello che ti è estraneo lentamente ti diventa familiare.
Essere insieme è anche conflitto.
Non è solo armonia.
E' un viaggio esplorativo con alti e bassi.
Lo stare insieme agli altri viene spesso interpretato nel senso di fare qualcosa insieme, andare insieme da qualche parte, divertirsi insieme ecc., mentre il significato profondo di stare insieme è condividere il bene e il male, il facile e il difficile e può essere sperimentato solo se si rinuncia all'abitudine di rapportarsi con le persone, le cose e i fatti che ci circondano attraverso una serie di giudizi spesso superficiali e non motivati.
Mediante la liberazione dai pregiudizi e dalle personali zavorre culturali diventa possibile condividere valutazioni relative ai fatti del mondo, che anche se non appartengono direttamente al nostro vissuto, finiscono di esserci estranei e diventano esperienza personale attraverso una ricerca interiore che conduce all'immedesimazione con l'altro, essa ci aiuta a vedere con gli occhi dell'altro, a sentire con il cuore dell'altro.

Il percorso compiuto dal Teatroreportage per approdare alla messa in scena di "Sebri Eyub - La pazienza di Giobbe" è esemplificativo di questa esperienza.
Territorio
Il mio, il tuo, il nostro.
Si può essere ospitali.
Condividere, scambiare, dare.
Dire quello che è mio è tuo, quello che è nostro è vostro.
Territorio, il mio, il tuo, il nostro.
Si può essere padroni.
Dire, non toccare quello che è mio.
Non toccare quello che è suo.
Non toccare quello che è nostro.

6 agosto 2000
Isola
La parola isola è carica di tantissimi significati e risonanze mitologiche, commerciali, culturali, letterarie. Ci sono tante idee e parole legate all'immagine dell'isola, alcune negative (ad esempio isolamento, insularità, a volte anche povertà); ma ci sono anche delle parole positive (ad esempio isolamento nel senso di meccanismo per proteggere un'ambiente dal freddo e mantenere il caldo interno); e anche delle immagini mitiche (l'isola delle meraviglie, l'isola del tesoro, l'isola di utopia).
Invece la parola isola, l'essere isola, è una condizione di mezzo tra questi poli. In termini fisici, l'isola altro non è che figlia della terra, del continente, che si è staccata - per fortuna o sfortuna - per iniziare una vita sua. Ma lo staccarsi dal continente non fa venir meno l'appartenenza alla famiglia.
Partiamo dalla posizione opposta a quella del poeta metafisico inglese John Donne, che dichiarò nella sua ode Devotions che:
No man is an island, alone unto itself, Nessun uomo è un'isola, sola a sè, Every man is a piece of the Continent, a part Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte of the main della terra ferma Possiamo condividere molto volontieri il senso generale della poesia, cioè, l'interdipendenza umana che trova la sua massima espressione nelle famose righe finali (quelle che Hemingway usò per un suo romanzo): Do not send to ask for whom the bell tolls: Non mandare a chiedere per chi suona la campana it tolls for thee. suona per te Però ci sembra importante contestare l'apertura e affermare invece, che siamo tutti isole; l'isola è un luogo comune in tutti noi. Nasciamo da soli, moriamo da soli, e viviamo da soli dentro noi stessi; ognuno sente le cose e si esprime in modo diverso, unico. Il vivere dentro noi stessi crea una condizione di isolamento che non può essere considerata solo negativamente; deve essere, invece, una spinta al colloquio con gli altri. L'isola è circondata dal mare, ovvero tra l'isola e il continente c'è di mezzo il mare, che divide o unisce a seconda delle condizioni climatiche o della volontà delle persone delle due coste. Noi, come le isole, abbiamo di mezzo le parole che possono dividerci o unirci. Per questo dobbiamo prestare molta attenzione a come le usiamo. E' proprio la condizione di isola che spinge alla ricerca di colloquio, dibattito, armonia, e calore umano. L'Europa è fatta, come ogni altro continente, anche dalle sue isole. L'Irlanda è il primo balzo verde dei tre che l'Europa fa per diventare "Nuovo Mondo": prima dell'Islanda e della Groenlandia (il cui nome significa, appunto, "Terra Verde"). E' dalle sue sponde che Erik il Rosso ha scorto la Terra della sera e l'ha poi toccata. Quella che secoli dopo i cartografi continentali avrebbero chiamato America. La parola violenza Ci sono parole che vengono utilizzate spesso, confidando nell'immediata comprensione di chi le ascolta. Ce ne sono altre che invece devono essere ridefinite ogni volta, perché l'abitudine che abbiamo fatto al loro suono le rende opache. Se l'aggettivo violento è comunemente accettato in ogni discorso, l'uso che si fa della parola violenza richiede invece una piccola riflessione. Il dizionario ci dice che è un sostantivo utilizzato per indicare la natura, o la qualità, di chi o di ciò che è violento, ossia di chi abusa della propria forza fisica. Ognuno di noi ha quindi una forza il cui uso "deve essere" regolato. E qui le lingue rotolano sulla "erre" delle regole, perché se la violenza è un'azione contraria all'ordine, o meglio, alla disposizione naturale, le regole dovranno ristabilire quell'armonia incrinata dalla violenza. Emerge in questo passaggio uno degli approcci più comuni a quello che è considerato "il problema della violenza", ossia il giudizio morale, che sostiene a sua volta una regolamentazione giuridica delle azioni. Il significato della parola comprende quindi una precisa disposizione nei confronti della violenza, tale da farne un concetto. Eppure la violenza non è un concetto, è semmai un evento che riguarda il corpo, le parole, i pensieri e gli affetti. L'ambizione di darne una definizione precisa è ancora una violenza, per forzare il linguaggio verso una maggiore precisione. Il paradosso è che ogni definizione rimanda ad una teoria. Molte di queste teorie sono vincolate alla prevenzione della violenza, e sono poche quelle che cercano di analizzarne il meccanismo, dimenticando che ci si situa sempre in mezzo alla violenza, e mai alle sue origini. Il nostro sguardo può cogliere quel che avviene durante, il nostro corpo può fare memoria delle conseguenze della violenza, ma le origini affondano nella violenza stessa e ogni spiegazione che provi a oltrepassare l'autoreferenzialità della violenza scivola inevitabilmente verso altri territori. È una questione di limiti. Da una parte l'evento della violenza è irriducibile a qualsiasi rappresentazione, dall'altra è necessario collocarsi in questa sospensione per poterci avvicinare all'impensato della violenza. La domanda "che cos'è la violenza?" genera un grande imbarazzo, perché mancano le parole. Il linguaggio della rappresentazione non è in grado di spiegare quali limiti siano stati scardinati dal passaggio della violenza. E non è sufficiente neanche spiegare cosa abbia sentito il nostro corpo, perché ogni sensazione, ogni azione è già plasmata da quella disposizione morale che sposta la domanda verso il "chi": chi ha esercitato violenza? chi ha subito violenza? Lo spostamento dal "che cos'è" al "chi" ci fa perdere di vista quel che accade d'importante, quell'essere immersi nella violenza al punto da utilizzarla come mezzo, quel non poter fare a meno di farci violenza per pensare, per agire, per vivere. La violenza si dice solo in questo limite, fra l'eccesso di parola e l'eccesso di silenzio di cui sono fatte le nostre giornate. E anche questa è una violenza, al nostro linguaggio, al nostro corpo, a tutte quelle parole che moltiplicano la distanza dall'evento, perché alimentano abitudini e torpori. Ma ci sono dei lemmi che impongono una svolta ai discorsi, e ai pensieri. Se la violenza è una parola che si ripete ormai con una facilità viziata dall'orrore corale che è in grado di sollevare, termini come il maltrattamento, abuso, controllo, hanno la capacità di scuotere l'automatismo con cui facciamo nostro il mondo. È sempre violenza, ma questa volta si insinua anche in quella linea civile, plasmata da una ragione che vorrebbe proteggerci. Maltrattare, "trattare male", non prestare attenzione, negare ogni cura, distrarsi. È solo nello squarcio aperto dal maltrattamento che possiamo pensare la violenza come qualcosa che non solo ci riguarda, ma che accade anche in quelle zone che sembravano sicure, familiari. Ed è necessaria ancora una violenza, per toglierci l'abitudine di questa parola. Manuela Galbiati Fivizzano, martedì 8 agosto 2000 Cari Armando, Lanfranco e Pape, qui di seguito quanto son riuscito a condensare rispetto all'incontro di qualche giorno fa a Prato. Mi auguro che i limiti tipografici imposti e non del tutto rispettati - a proposito di limiti… - non abbiano reso il tutto troppo criptico o maldestro. Aspetto un vostro riscontro, un'eco. Un abbraccio a tutta la banda. Federico Nobili COMUNICARE FA MALE: decidere di usare un intero sintagma piuttosto che un singolo lemma; decidere di evitare la copula classica della definizione occidentale, che si appoggia sulla presunta sicurezza del verbo essere; ecco due modi, umili, di scampare almeno in parte alla convenzione asettica del dizionario analitico, che candidamente (?) è sicuro di esporre verità linguistiche e fattuali. Comunicare fa male significa quindi, innanzitutto, prendere posizione, dichiarare che il problema della comunicazione non è ascrivibile alle dissezioni anatomiche e anestetiche della semiologia - capace soltanto di ridurlo a un tema già svolto, o addirittura a una serie di sottoinsiemi: la trasmissione di messaggi, per lo più unidirezionali; l'informatica che codifica e decodifica segni neutri, che filtra e addomestica segnali dentro una rete di controllo; l'informazione che dà spettacolo di se stessa e del "fasto" osceno della merce. Comunicare fa male significa riferirsi sempre e comunque a una pragmatica. Significa insistere sugli effetti dell'atto e sulla presenza di corpi coinvolti nell'atto - travolti, plasmati, modificati e modificanti - piuttosto che rimandare all'astrazione di macchine performative e virtuali. Significa una decisa e consapevole parzialità, che preferisce, per urgenza etica e storica, soffermarsi sul comunicare inteso come lavoro del limite, come assalto ai limiti, mettendo in secondo piano, ma senza trascurarla, la comunicazione intesa come medium e ricordando che sullo sfondo della vulgata imperante esiste una deformata communication, che nient'altro è se non marketing aziendale interessato a produrre esclusivamente parole d'ordine e meccaniche reazioni a stimoli meccanici. La dimensione di medium caratterizza la comunicazione come luogo del consenso, tradizione di saperi e passaggio di esperienza, memoria del già accaduto, proiezione del sempre identico. In essa si raccolgono le diverse sfumature della conservazione: quelle ricche e accoglienti della custodia collettiva e della condivisione critica del passato e quelle chiuse e refrattarie, inscritte nell'economia ristretta dell'utile immediato e nel conformismo colposo di pensieri parole opere omissioni. Quando comunicare torna ad essere un assalto gioioso e coraggioso ai limiti, quando comunicare fa breccia ai confini - di pelle lingua intelligenza ed emozioni - ciò che separa o crede separare gli esseri vien meno di fronte all'incandescenza espressiva, allo stupore (e alla paura) dell'Altro, a un'economia più generale, smodata e incontrollabile, quella della dissipazione gloriosa dell'universo, della festa smisurata generosa e involontaria di cui ci dà esempio l'astronomia tutta - esplosioni luce consumo dissipazione velocità incontri scontri vuoto buio accecamento - fuori dagli schemi di stitichezza energetica dell'avarizia o di dinamismo autoreferenziale dell'accumulo. E questo venir meno non è mai indolore: disturba, inquieta, rompe schemi percettivi rigidi e preordinati, frantuma identità orgogliose del proprio granitico orizzonte di valori. Questo venir meno provoca reazioni di difesa, attacco violento, panico - panico di perdere privilegi storici e biografici. Questo venir meno è un fare spazio, non nella direzione pelosamente altruistica di un rispetto "dovuto" perché ideologico o di un senso di colpa intellettuale ed esangue (tipico di molta "sensibilità" occidentale, comoda garantita e seduta), ma nella direzione di una metamorfosi e di un potenziamento continui delle capacità percettive, degli strumenti per leggere e modificare il contesto da cui parliamo, da cui siamo incessantemente parlati. Il limite che viene così sperimentato e toccato è portale di scoperta, ferita, pertugio, pericolo - e soprattutto luogo di passaggio, scambio inedito, invito al viaggio senza ritorno, senza assicurazioni turistiche: sai o ti illudi di sapere da dove parti, non sai dove arrivi, non sai se, non sai come. Non conosci le strade, non conosci la geografia sotto i piedi, non conosci la cosmografia sopra la testa, perché non ti riconosci più, perché perdi qualcosa camminando, e il perdere diventa acquisizione di velocità e apertura. Esci finalmente dallo specchio ipnotico delle certezze acquisite e coltivate, di generazione in generazione, di famiglia in famiglia, di privilegio in privilegio, di latitudine e longitudine. Esci, parti e ritorni, forse. Ritorni su alcuni dei tuoi passi. Più ricco di molteplice, più stanco di visioni e ascolti, più silenzioso. Il male suscitato da questo esercizio teneramente estremo del comunicare è una risorsa da non sprecare nell'oblio della ripetizione coatta delle abitudini che ci hanno strutturato, cementato, rassicurato e chiuso una volta per tutte. Comunicare: un viaggio involontario, un percorso nel deserto senza mappe e senza meta ultima, un'ascesi del desiderio - etimologicamente intesa come esercizio costante dell'attrito e dell'incontro, come occasione di perdere il controllo. E quando decideremo di perdere il controllo? Quando non ne avremo più alcuno? Parafrasando Majakovskij: io sono in debito con tutto ciò su cui non ho avuto il tempo di scrivere, sono in debito con tutti coloro che non mi sono sforzato di capire, di incontrare. Quest'impressione di esser sempre trattenuti, guardinghi, con la difesa alta, i guantoni che coprono gli occhi, le orecchie sommerse dalla ridondanza volgare del rumore di fondo che esorta a compiere gli stessi gesti, in una sorta di ottuso rituale della demenza compiaciuta… Comunicare, secondo una sua possibile radice linguistica, indicava la condivisione dei doni. E quindi: fare festa. Avere un rapporto di ebbrezza con l'universo, e non soltanto di contemplazione ottica, passiva. Comunicare, sottratto all'ordine dei discorsi seri e dello scambio proficuo, fa ridere: onde bianche che trascorrono sui volti della madre e del bambino, esplosioni di luce che attraversano gli amici, gli amanti e gli sconosciuti - che si incontrano di notte e rompono il buio con cenno di labbra complici. Lanfranco porta la parola IDENTITA' APERTE Maschi e femmine si nasce, donne e uomini si diventa. Impariamo dalle bambine e dai bambini: come i fiori, si aprono e si chiudono, si aprono e si chiudono. Si aprono agli incontri con gli occhi della madre, con gli oggetti da toccare, con le voci da ascoltare, con le emozioni proprie, con le proprie sensazioni. Si aprono e imparano a conoscere, a riconoscere, a muoversi nello spazio, a nuotare nel tempo. Si chiudono per prendersi il tempo del pensiero, dell'abbandono al sonno e al sogno, della fantasia come narrazione di sè nel rapporto con gli altri e con il mondo. Per le bambine e i bambini una mano è una mano, una rosa è una rosa; piangono e sono pianto, ridono e sono riso, soffrono e sono sofferenza. Vivono nel presente, lo percorrono, e corrono. Incontrano, sperimentano, elaborano, conoscono, crescono. Crescono in un ambiente fisico e in un paesaggio sociale; non sono soli, ci sono gli altri, i rumori, il silenzio sordo, i gesti, il dolore, la morte. Incontrano e si scontrano, sperimentano il sì e il no, il consenso e il divieto, il sentirsi bene e il sentirsi a disagio, il caldo dell'amore e il freddo dell'indifferenza, il bisogno di affetto, di essere toccati, di essere guardati, di essere pensati, di stare bene. Non accade quasi mai. Sulle bambine e sui bambini, così leggeri e veloci, si abbatte il peso del mondo, ed è un bombardamento. Questo lo puoi fare, questo no. Questo è giusto, questo no. Questo è bene, questo è male. Il tuo corpo viene fatto a pezzi: del tuo Sud impara a vergognarti, nascondilo; impara a diffidare degli istinti, delle emozioni profonde; sei un bambino? non puoi piangere. Il fiore impara a chiudersi sempre più spesso, impara a difendersi. Le regole, le prescrizioni, i doveri erigono i loro tetri bastioni, le loro forche. La mente diventa una prigione ingombra di strade tracciate da altri, di sconfitte subite, antiche. Il sogno del prigioniero diventa la fuga consentita, sulle strade inquiete di un'immaginazione dolorosa; dopo, si è ancora più soli. L'esistente impone il suo ordine: hai un ruolo, sei quello. La norma impone che. Il mondo non addice alle bambine e ai bambini. L'identità sociale diventa una ferita, aperta e dolorosa. Più tardi, nel corso del tempo, corpi devastati portano i segni delle sconfitte subite. La memoria diventa il luogo oscuro delle sconfitte della specie, dei pianti e delle grida dei mondi. Un altro modo è possibile. Io sono io, io femmina, io maschio, ma sono anche tu. Io sono la mia esperienza ma sono anche la tua; io sono il mio dolore, ma sono anche il tuo; io sono la mia gioia, ma sono anche la tua. Io esisto perché esisti anche tu. Io sono in viaggio accanto a te. Io sono, con te, le emozioni mie e nostre, i pensieri miei e nostri. Siamo diversi, ognuno di noi lo è, ed io imparo da te e tu impari da me. Dentro ognuna e ognuno di noi, l'esperienza della specie, il fiume che scorre e continua a scorrere. Nel nostro presente, il cammino dei mondi: la fatica e il dolore, la fame e il piacere, l'essere bene e la felicità. Ognuna e ognuno di noi è "i mondi". Portiamo in noi "i mondi", i loro suoni, i loro colori, il sangue che scorre e il battito del cuore , il respiro. Un altro mondo è possibile. Donne e uomini, responsabili dei loro "mondi", leggeri come bambini, astuti come colombe e candidi come volpi, possono ricominciare - ora, nel presente - a ricamare i fili sottili di una trama forte, da cuore a cuore, da mente a mente, con emozione e sapienza attenta. Un io non più diviso in sé e dal tu, ma diversi e insieme l'io e il tu. Forti della propria differenza, a costruire insieme terre liberate, abitate da donne e uomini felici di incontrarsi, di ascoltarsi, di amarsi, di soffrire insieme, di piangere, di pensare e di sentire. Di vivere sapienti e responsabili, aprendosi e chiudendosi, come i fiori, come le bambine e i bambini. "Identità aperta" è un movimento doppio e simultaneo: si elabora la propria esperienza, aperte e aperti agli altri. E' l'opposto dell' "identità chiusa", la fortezza, la prigione dell'io, la delimitazione in un ruolo, in un gruppo sociale, in un genere. La specie umana sarà donna e uomo o non sarà. Le "identità aperte" sono luoghi comuni, in movimento, in continua trasformazione, in viaggio nello spazio e nel tempo. Si incontrano negli occhi, le finestre dell'anima da cui sale l'energia profonda dei mondi. Si sentono "di pancia", si ascoltano respirare. Sono la musica dei mondi, il sorriso e la risata consapevole, la gioia appassionata di essere insieme in un grande viaggio di liberazione. Le "identità aperte" sono luoghi comuni di incontro e di conflitto: per confliggere dentro di noi con ciò che ci fa prigioniere e prigionieri, per confliggere intorno a noi con ciò che ci fa schiave e schiavi. Giù le mani dalle bambine e dai bambini! Giù le mani dall'amore!

11 agosto all'Amiata
Musica di Pap Griot: in mandingo

Relazione a parole
Il Campus "Parola & Scrittura" appena riunito si è subito trasformato. Subito: con l'avvento della terza inclusa: la Musica con il canto, portata dal "nostro" Griot: Pape Kanute, dal Senegal e da Roma. E poi con l'avvento dell'autoidentificazione in una compagnia di ventura: una banda di compagni che va incontro alle cose che ci vengono incontro dal futuro: ventura. Una compagnia di ventura - e non solo "una nave di folli" (Ivan Della Mea) - che ha trovato la sua grande sicurezza nell'imprevedibilità: matrice e madre: sorgente e maestra della trasformazione.
Le parole: sono state quelle portate da ognuno di noi dalle proprie appartenenze e dalle nostre situazioni. E poi: sono state quelle trovate per strada e messe in mezzo. E ancora, i testi, le poesie, i tormentoni che abbiamo accumulato e scambiato (in pancia, tagliare la testa al topo, a caso ma non per caso ecc.). E, infine, le parole che gli altri campus e i vari incontri (come quello con l'Archivio dell'Autobiografia) ci hanno trasmesso e regalato.
Le scritture: quella della compagnia l'abbiamo prodotta in corsa ogni giorno e trasmessa, appena pronta, in internet. Questa massa scritta è un messaggio evidente e attuale, ma anche la base per le operazioni future, che sono già cominciate: work in progress e on air della formulazione infinita che prosegue e proseguirà nella rete dei nostri, e dei vostri, spiriti, quando saremo tornati, trasformati, alle nostre appartenenze pregresse. La scrittura continua ci porterà a produrre un libriccino in forma di glossario per la Regione Toscana (che sia sempre benedetta![Tutti: AMEN]): che è diventata il "nostro" territorio insieme, la nostra nuova co-appartenenza. Ognuno/a di noi è anche toscano/a, ormai.

GENEALOGIA DI UN RICICLO
ovvero
LE PAROLE SONO DAVVERO SPAZZATURA?
L'idea di una lista di parole da correggere, riaggiustare, riorientare è nata molto semplicemente: inorno al tavolo, sotto l'albero delle parole dove ogni mattina ci siamo incontrati per scambiarci suggestioni, idee, umori vari. Ogni tanto qualcuno balzava in piedi. "Questo termine bisognerebbe buttarlo via!" gridava; "Non si dovrebbe più parlare di..." sospirava un altro o più semplicemente "...'sta parola puzza, è ambigua, sospetta". Allora, Lanfranco Binni ha avuto l'idea del cestino, sì una spazzatura dove tutte le parole da noi detestate fossero gettate, con i funerali e le esequie del caso. Ma restava il problema delle parole "buone", quelle sottovalutate a forza di usarle così, senza pensarci. Maniaca del riciclo, io propongo: "Vabbé, ma non possiamo fare una raccolta differenziata dei rifiuti? Le parole da gettare e quelle da recuparare". D'accordo per i due cestini. Infatti Gëzim Hajdarz sosteneva che bisogna mostrare tolleranza verso le parole, Carlo non voleva buttar via niente e Ibou Iawara (?) ha avuto un'idea geniale: perché non abbandonare per una attimo la spazzatura e parlare invece di parole da scaricare e da caricare? Involontariamente ho pensato al riciclo delle pile e sono stata felice di raccogliere - al di là di stagnola, plastica, vetro, alimenti deperibili, batterie, carta, vestiti - delle parole. (Guia Risari)

PAROLE DA SCARICARE
FOLKLORE
Il folklore è una conoscenza superficiale e presuntuosa, che crede di sapere tutto quando non conosce che una parte minima della cultura. La pretesa è quella di tenere le fila di una cultura, di possederla. Si mangia il cous-cous, ad esempio (o lo zighini), e si crede di conoscere la cultura araba. Il folklore è la continuità dell'esotismo, è trovare nell'altro quello che vogliamo, ignorando il vissuto della persona. Il cous-cous non si mangia in piatti separati: è una cultura, un luogo di scambio, uno spazio posto in mezzo. Si mangia nello stesso piatto, un grande piatto chiamato gefna. "Abbiamo mangiato dallo stesso piatto" è un'espressione che significa fratellanza, amicizia. Significa che si raccontano delle storie e si vive insieme nella festa e nella gioia. Il folklore non coglie questi aspetti profondi di una cultura. Si ferma all'apparenza. E così il cous-cous si mangia in piccoli piatti di plastica, da soli, in piedi !!!!

INDIGENO
Generalmente questa parola viene usata per definire persone che abitano luoghi lontani, esotici, con una cultura primitiva. Indigeno, invece, significa originario di un luogo, nativo. Curiosa l'inversione di significato, verificata sul campo, ogniqualvolta di chiede a persone di un posto se sono indigeni. La risposta è sempre "No! Io non sono indigeno! - braccia sollevate - Sono di qua, io".

NERO - NEGRO - UOMO DI COLORE
Se vediamo passare qualcuno, un Africano, un Americano, come lo chiamiamo? Nero è un colore: si usa per le cose. Usiamo talvolta l'espressione uomo di colore, ma cos'è un uomo di colore? Un giallo, un rosso, un nero, e anche un bianco. D'altra parte negro evoca la parola-insulto del colonizzatore - sale nègre, nigger. Per questo, Senghor, ex presidente del Senegal e poeta, ha fondato negli anni Trenta il movimento della Negritudine, che è l'insieme dei valori del mondo africano ed una rivendicazione del suo modo di essere "negro". Il movimento della Negritudine corrisponde ad un momento storico ben preciso: quello della rivendicazione, di fronte all'occupazione francese e alla supposta incapacità dell'Africa a creare, inventare. Negli anni Sessanta, nasce in Senegal il movimento di Sembene Osmane, scrittore e cineasta ben più radicale, il quale s'ispira al celebre motto del nigeriano Oule Soinca: "La tigre non ha bisogno di rivendicare la sua tigritudine". Il movimento di Osmane era una reazione alla Negritudine e al suo idealismo. Era tempo di porre uno sguardo lucido e critico sulla nuova realtà africana, quella dell'indipendenza. Come caratterizzare, allora, un Africano, un Caraibico, un Americano? Una persona: un uomo, una donna, un bambino, un vecchio: una persona.

RAZZA - ETNIA Perché dividere gli uomini quando sono tutti umani? Un essere umano è fatto di corpo, luce dello spirito e pensiero. Se l'uomo pensa e ragiona, non dovrebbe esserci divisione delle razze. Il razzismo viene dalla divisione e crea sfruttamento, stereotipi. (Demir Mustafà)
Parlare di razza, concettualizzare la razza significa rendere naturale una differenza che non è di tipo biologico, ma economico, politico e sociale. Dal punto di vista storico, la prima "razza" a parte è l'aristocrazia, che giustifica un trattamento differenziato delle genti. L'etnia definisce un popolo con gli stessi tratti somatici, che si riproduce al suo interno, con una lingua e codici culturali in comune. I concetti di razza ed etnia sono stati teorizzati dall'antropologia all'inizio del XIX secolo, ma le recenti ricerche - analisi del sangue e del DNA - hanno dimostrato che la distribuzione dei gruppi sanguigni e dei geni non ha niente a che fare coi tratti ritenuti caratteristici di una razza. In un gruppo umano, ad esempio in una città, sono già presenti il 90% di tutte le possibili variazioni genetiche. La teoria razziale, allora, è priva di un vero fondamento scientifico. Oggi gli antropologi e gli etnologi parlano piuttosto di "gruppi umani", un insieme di persone che si riconoscono come gruppo secondo dei criteri da loro definiti come la lingua, l'attività lavorativa, il territorio e altri.

ZINGARO
Zingaro? Io in questa parola non mi riconosco. La parola stessa non la capisco. Nessun Rom chiamerebbe zingaro un altro Rom perché sa benissimo che la parola "zingaro" ha una connotazione negativa. Zingaro viene dal greco athinganoi (= intoccabile), parola antica che nel 1400 si è diffusa in Europa, dando luogo a qualche variante: tzigano in Francia, Zigeuner in Germania, tcigan in Yugoslavia, zingaro in Italia. Nella società rom, zingaro evoca sporco, ladro di bambini, cencioso, addirittura invisibile. Io propongo che i Rom vengano riconosciuti e chiamati Rom, che in romanes vuol dire "uomo" (rom = uomo, romnì = donna). Rom è una parola molto antica, che ha una sua storia, un suo mito. C'era una volta un re, Rama, molto buono e illuminato. Viveva in India, nella penisola di Penjab, a Pamir. Lì i Rom svolgevano mestieri legati all'artigianato, in particolare la lavorazione del ferro, e all'arte: erano musicisti, danzatori, giocolieri, ammaestratori di animali. I Rom non facevano parte di una casta in particolare e non erano certo dei pariah (= intoccabili). In Italia, lo zingaro è identificato con il nomade e cioè roulotte, sporco, portatore di malattie, ladro, zingaro. Rom, invece, è la parola che le comunità rom utilizzano per definirsi. La pronuncia potrebbe cambiare, ma il senso resta lo stesso. Rom è l'uomo, il marito, quello che accudisce la famiglia, il nucleo della casa, la donna e i bambini. (Demir Mustafà)

VOIALTRI - EXTRACOMUNITARI
Si sentono molte parole senza farci caso. In occasione della presentazione del libro di Pap Khouma, "Io, venditore di elefanti", una signora è intervenuta: "Io sono d'accordo con voi, però voialtri pretendete chissaché". Una tavola rotonda sull'immigrazione s'intitolava "Noi e gli altri" e l'altro era lo straniero. La distinzione era netta tra "noi" e "gli altri". L'altro è associato al male, significa straniero, immigrato, delinquenza, prostituzione. Si parla degli stranieri solo quando uccidono; per il resto sono delle non-persone. Voialtri a Firenze accomuna stranieri e immigrati. Quando si vuole accogliere qualcuno in una società, invece, si dovrebbe ragionare in termini di noi e non di noi e altri. L'esclusione dell'altro è quella non solo dello straniero, ma del povero dalla cerchia dei commensali. Vivono nella società ma ne sono esclusi, poiché non partecipano alla vita sociale e politica. Quando si otterrà il diritto alla cittadinanza e il cittadino sarà consapevole del fatto che lo "straniero" non è estraneo, ma vive e partecipa in questa società, la parola "voialtri" non avrà più senso. Il termine extracomunitario presuppone una comunità di spirito e d'intenti che esiste solo nell'immaginario, perché nella comunità reale ci sono conflitti, diversità di condizioni e lotta di affermazione. L'idea di una comunità europea è nata nel 1845 in Westfalia un'utopia. Ora quest'utopia si è trasformata in comunità economica. In "Io accuso", un anonimo scrittore marocchino ricorda che "extra" è tutto ciò che non fa parte di noi, è l'intruso. L'extracomunitario è l'altro che è sporco, che porta solo guai, che va cacciato dalla società. Extra. La comunità ha un numero ben preciso e l'extracomunitario non ne può far parte, è un surplus, un fardello, una cosa pesante. L'extra è quello che si nasconde quando ci sono gli ospiti di riguardo - la cameriera filippina o la baby-sitter brasiliana. E allora, che farne? C'è chi cerca di sistemare questo extra, c'è chi lo butta via. (Pap Diaw Mbaye)

PAROLE DA 'CARICARE' ALIENAZIONE - ALIENO Negli anni Settanta alienazione era un termine comunemente usato per definire l'estraneamento dell'individuo da se stesso e presupponeva un atteggiamento attivo da parte dell'alienato e una visione critica della società. Ormai la parola scompare perché si accetta acriticamente l'immagine che questa società vuol dare di se stessa. Quando si dice alienazione si dice crisi e ciò significa partecipazione, processo di riambientamento in una realtà, crescita, cambiamento. L'alienazione è il sentimento della propria inadeguatezza che innesca un processo positivo di crisi e provoca una reazione attiva e di partecipazione nella società. L'alienazione non è solo dell'individuo rispetto alla società, ma anche dell'individuo da se stesso. Esistono l'alienazione sessuale, familiare, religiosa. L'alienazione dei ruoli familiari ha una conseguenza sul formarsi dell'identità sessuale. Il maschio, il capo famiglia, investito e svuotato da una serie di presupposti sulla sua identità e di rapporti falsati, si ritrova in crisi nel suo ruolo di "guida" e deve elaborare una nuova strategia identitaria. L'alieno non è lo straniero, né il diverso, ma uno che, come gli altri, percepisce il proprio non-essere, la propria inadeguatezza alla situazione e, di conseguenza, la propria disponibilità a crescere, a cambiare, attraverso la crisi. (Massimo Altomare)

FILOSOFIA Al di là di tutti i mezzi tecnologici che offrono la possibilità-di-comunicazione-in-tempo-reale, bisogna riapprendere l'amore, la curiosità, l'interesse, il vero ascolto. Davanti alle immagini che ci scorrono davanti come carrelli, bisogna distogliere lo sguardo e ridiventare spettatore attivo che pensa e crea, ascoltando. Oggi non è più il tempo delLa Filosofia, tante sono le filosofie di vita, di moda, di spiritualità; variopinte e colorate con i colori delle novità che non scoprono niente. Oggi non c'è più tempo per la filosofia. Eppure filosofia non è solo, come ci ripetono da sempre i libri, amore per il sapere (dal greco filo-sophia), è anche sapere per l'amore. Conoscere con e attraverso l'amore. Occore, dunque, per quanto sembri difficile, trovare il tempo del pensare, la pazienza del pensare, di un pensare creativo.

TRADUZIONE E' l'attività del tradurre da una lingua all'altra, da un testo (libro) ad un altro nella stessa lingua (riassunto), da un libro a un film, a una serie televisiva, a una canzone, ai fumetti, da un comunicato di una grande agenzia giornalistica internazionale di tre righe (Associated Press, France Press, ecc.) a un articolo su "Repubblica" di una pagina. Tradurre è trasportare da un linguaggio all'altro, ma è anche tradire, interpretare, condensare, trasformare, allungare. La traduzione nel mondo di oggi è diventata la lingua di tutte le comunicazioni, pur non essendo una lingua. E' una lingua cava e che come il cavo trasporta. Da un luogo ad un altro. (Armando Gnisci)

POESIA E PITTURA DI ANTONELLO PLANTAMURA

A Siena, vive Antonello, un giovane pittore, sconvolto dalla vita, dalla prigione, dall'esclusione. E' vivo come un pesce impaziente e come un pesce ama il Mare Mediterraneo e le sue lingue, le sue civiltà. Ascolta musica greca, parla francese, fuma da un bocchino iraniano e viene dal sud di occhi nerissimi e ciglia spagnole. Ha dipinto sui suoi quadri due poesie, che ho trascitto e tradotto insieme a lui, domando per cinque minuti la sua impazienza.
Dalla rotta sull'altare della patria
I. N. R. I.
Ici
Nous
Reviendrons
Italie de Notre Dame La Mer Méditerranée

A San Vittûr mon frère Mohamed de Casablanca dit Zobie me demandait une traduction en italien de sa lettre en franco-arabe Un geôlier de merde nouveau Mosé secouant SES dix tables de SA loi se plongea contre nous en partageant Notre Dame la Mer Méditerranée avec toute sa merde et tout son feux des yeux jusqu'à la bouche de sa bâtarde matraque Moi et toi mon frère mouche du Sahara scorremmo ognuno dietro le sue diverse sbarre en se partageant les deux in miseri ruscelli aux rancunes rouilleuses Jamais je te rencontrerai zzzibilant Mohamed Ahram mais si un jour Alfeus aussi a réussi a rejoindre Aretusa en se plongeant dans Notre Dame la Mer jadis Grecque Nous dans un jour inconnu irons déchirer ton FOGLIO de VIE et croiserons à nouveau nos BATEAUX ivres de CIE dove chiude il filo crespo della sua pelle salata e TURCHESE Nostra Signora del Mar Mediterraneo
Antonello Plantamura
Dalla rotta sull'altare della patria
I. N. R. I.
In questo luogo
Noi
Ritorneremo
Italia della Nostra Signora Mare Mediterraneo


A San Vittore mio fratello Mohamed di Casablanca detto Zobie mi chiedeva una traduzione in italiano della sua lettera in franco-arabo Un secondino di merda novello Mosé scuotendo le SUE dieci tavole della SUA legge si tuffò contro di noi, dividendo Notre Dame la Mer Méditerranée con tutta la sua merda e tutto il suo fuoco dagli occhi fino alla bocca del suo bastardo manganello Io e te mio fratello mosca del Deserto scorremmo ognuno dietro le sue diverse sbarre dividendoci ognuno in miseri ruscelli dai rancori rugginosi Mai t'incontrerò ancora zzzibilant Mohamed Ahram ma se un giorno Alfeo stesso riuscì a raggiungere Aretusa tuffandosi in Notre Dame la Mer jadis Grecque Noi in un giorno sconosciuto strazieremo il tuo FOGLIO de VIE e incroceremo ancora i nostri BATEAUX ivres de VIE dove chiude il filo crespo della sua pelle salata e TURCHESE Nostra Signora del Mar Mediterraneo

Antonello Plantamura
(traduz. di Guia Risari)
Ai ragazzi della resistenza
Aux passion des frères mouches Zobies qui dans mon coeur (= memoria) a pris le visage d'una croce di fuoco e piombo caduto fuso sulla tela. A la mémoire et à la vie de: Mohamed Ahram sepolto vivo a San Vittore per una rissa.
A la goccia di sangue che è voluta restare per un anno attaccata per una nno alla mia maglietta volando dalla testa di un maghrebino sconosciuto attraverso una porta della Questura di Milano, Via FATEBENEFRATELLI, 24/06/99/ AMEN.

Antonello Plantamura
LA FOLLIA

Discutendo di interculturalità e differenze, abbiamo infine parlato della follia, contestando l'opposizione normalità/ anormalità, il discrimine tra sano e malato. La follia che abbiamo poi incontrato nelle rovine dell'ex ospedale psichiatrico di Volterra ci ha turbati. Forse perché, visitando quel luogo desolante e il "museo della follia" dell'Ospedale di Volterra, abbiamo ritrovato parte di noi, il sentimento primo, quello che tutti ci anima quando parliamo e ascoltiamo veramente, prendiamo e offriamo la parola.
Sui muri del vecchio manicomio in disfacimento, Fernando Nannetti ha inciso la sua vita di recluso, le poesie, le parole che nessuno ascoltava. Ora guardiano del tempio della follia è un vecchio, che non risponde ai saluti. Raduna foglie e pigne, mucchietti di sassi e legni, davanti alla tomba di un pipistrello.

Un uomo
Un uomo
un vecchio
cappello di paglia
disfatto
mani invisibili

in gambe allargate
dalla follia
ondulate

Un uomo
un vecchio
raduna
le foglie
raccoglie
le pigne
in testa
un cappello
disfatto

Guia Risari

Un folle
Un folle
come me
separato
da me
Un muro
alto
da attraversare
E' facile

Un folle
mi ha chiamata
bocca sdentata
senza speranza
e singulti
gemiti
e urli
Urli
Nessuno
Un muro
una porta in ferro
un cuore in ferro
battuto
dai carcerieri


Un folle
aveva un dito
frantumato
come la bocca
e il ventre
bianco
spaventoso
di castità forzata


Un folle
non aveva denti
né parole
o canto
ma urli
e linguaggio
d'urli
Urli


Un folle
mi ha chiamata
a dividere
la sofferenza
e l'ho divisa
e sottratta
e poi moltiplicata


Un folle
domandava
un cuore
sulla mano spezzata
che si torceva
torturata
dagli aguzzini
come una bestia
scorticata viva


Un folle
è uscito
dal silenzio
e io
ci sono entrata
Il muro
non era pietra
ma lingua
mani
bava
cibo e vomito rappresi
incrostati
sul volto.


Il folle
che voleva?
Voleva
una parola
sulla sua mano
frantumata


Il folle
ora tace
Il muro
è tornato
silenzio
Dal muro
torno
silenziosa
Un bacio
una carezza
e un cuore
fatto a penna
su una mano
indifesa


Guia Risari
POESIA D'AMORE
Accompagnata da tre petali di fiore, ispirata dalla presenza di poeti e amici, questa poesia è nata semplice, da un ragazzo pieno di amore.

La mia anima
per conquistarti
Il mio cuore
per amarti
La mia vita
per viverla
insieme a te
Sergio Spiganti

DISTANZA - DESIDERIO
(Guia Risari)
Bibliografia non ragionata forse, ma commentata sì!
Con la mia parola ho evocato il ruolo sacro e santissimo degli "appassionatori", di coloro cioè che riescono a suscitare curiosità, interesse, suggestioni, desiderio insomma, al di là di ogni distanza geografica e cronologica. La mia bibliografia è - lo confesso - un po' eterogenea perché vuole bonariamente consigliare non solo libri (romanzi, poesie e saggi), ma film, spettacoli e musiche che ho avuto la fortuna d'incontrare casualmente sul mio cammino. "A caso, ma non per caso" direbbero in coro i partecipanti di Porto Franco. Può darsi...
Libri romanzi:
- François Cavanna: "Les Ritals", Pierre Belfonf, Paris, 1978, tradotto come "Calce e martello", Bompiani, Milano, 1989. Il libro è un'autobiografia romanzata sugli emigrati italiani in Francia, negli anni Venti. Centro di questo mondo è il quartiere Sant'Anna, a Parigi, coi suoi bambini pestiferi, le poche radio, la miseria e la gioia di questi "ritals" (= italiani) semplici e romantici. - Raharimanana: "Lucarnes", Le Serpent à Plumes, Paris, 1996. E' un libro durissimo, straziante, violento, di varie storie che rimandano l'una all'altra. Il giovane scrittore malgascio lancia un grido esasperato di dolore, contro la violenza dei colonizzatori. E l'amore, sopravvissuto all'oltraggio, sembra l'unica strategia di sopravvivenza. poesie: - José Maria Arguedas: "Katatay", editorial horizonte, Lima, 1984. Uno dei più grandi poeti peruviani che scrive in quechua, la lingua degli indigeni prima dell'arrivo degli spagnoli, e si traduce in castigliano. Una grande forza espressiva e immagini che fanno vivere montagne, uccelli, fiori delle Ande. - Aimé Césaire: "Cahier d'un retour au pays natal", Présence Africaine, Condé-sur-Noireau, 1983. E' il testo fondatore della Negritudine, un poema di rivolta, scritto da un "francese d'oltremare" che evoca la sua terra natale, il Congo e l'Africa, dove nulla è stato inventato, dove tutto è stato preso.

Saggi: - Armando Gnisci: "La letteratura italiana della migrazione", Lilith Edizioni, Roma, 1998. E' un libro che parla di una letteratura generalmente ignorata in Italia: quella prodotta in Italia da stranieri che scrivono in italiano. Il saggio è pieno di suggestioni, riferimenti, amore per i viaggi. Protagonista è la capacità di attraversare ogni confine spazio-temporale per scoprire nuovi mondi. - D. Laing: "L'io diviso", Einaudi, Torino, 1991. E' l'opera fondamentale di un antipsichiatra che, negli anni Settanta, ha smascherato la funzione delle definizioni mediche (che creano una "sana" distanza tra medico e paziente) e ha praticato un ascolto partecipativo. Le storie raccolte da Laing sono quelle di persone sofferenti e sensibili, non "anormali"!

Film: - Tony Gatif: "Gadjo Dilo", Francia, 1997. Un ragazzo, seguendo la musica di una cassetta appartenuta al padre, parte in Romania per cercare i musicisti. Finisce in una comunità Rom e viene simbolicamente adottato da un vecchio. Non tornerà più in Francia. - Orson Wells: "That's all true", USA, 1989 (?). Più che un film un documentario sul Brasile, apparso dopo 40 anni di silenzio. C'è il lato inquietante, sabbatico del carnevale, la vita misera dei pescatori e la loro grande impresa: attraversare 5000 miglia di oceano per parlare al presidente del Brasile della loro povertà. Spettacoli: - Moni Ovadia: "Oylem Goylem", "Ballata di fine Millennio", "Il caso Kafka". E' il teatro yiddish che ha lanciato in Italia l'umorismo ebraico e la sua tragica allegria. Divertente, con musiche e storie indimenticabili... - Company Theatre, Pip Utton: "Adolf". E' il ritratto di Adolf Hitler gli ultimi giorni prima del suicidio. Progressivamente il pazzo, demagogico dittatore diviene il conservatore inglese medio, coi suoi discorsi razzisti, la sua omofobia, l'esasperato protezionismo di chi vuole solo escludere. Musica: - Manu Chau: "Clandestino", 1998, Virgin, France. Chau è un messicano che canta in spagnolo, francese, inglese la clandestinità, lo sfruttamento dei paesi poveri, la vitalità di una cultura della mescolanza. - Moni Ovadia: "Oylem Goylem", Nuova Fonit Cetra, 1991; "Dybbuk", Radio Popolare- Sensible Records, 1995. E' musica yiddish, nelle parole e nel ritmo, nella giocosità e nella sofferenza. Ma è anche "bel canto italiano" nella voce potente ed espressiva di Ovadia. I testi sono quelli delle comunità yiddish e chassidiche (i mistici ebrei).
 
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