giugno 2005,
Castelfiorentino (FI)
a cura di
Punto di Partenza,
Comune di Castelfiorentino,
Provincia di Firenze,
progetto Porto Franco,
Seminario
RAZZISMO E SESSISMO NELLE PRATICHE POLITICHE
E NELLE RELAZIONI ECONOMICHE
STRUMENTI DI CONTRASTO
programma
in inglese in francese
Il seminario proposto come un momento di studio, confronto e proposta, sui legami fra razzismo e sessismo, sui suoi effetti di consolidamento delle disuguaglianze fra sessi, popoli, provenienze, origine, appartenenza religiosa e orientamento sessuale è stato un momento di incontro e interscambio fra esperienze, pratiche, analisi, a partire dalle relazioni "razzialmente" e sessualmente connotate che determinano subalternità, nelle società occidentali. L'idea è stata di partire dal vissuto e dalle elaborazioni teoriche delle partecipanti, donne attive nella politica attraverso l'associazionismo "interculturale", per percorrere i percorsi storici, sociali, politici e culturali, che dal colonialismo hanno determinato l'attuale struttura di rapporti di potere. Scopo del seminario è stato agire sulla cultura, attraverso l'individuazione e/o elaborazione di una serie di strumenti di contrasto: punti programmatici, indicazione di pratiche concrete, schede di lavoro. Da utilizzare nelle scuole, nella società e nelle istituzioni.
Modalità di svolgimento
Quattro tipi di attività hanno costituito la struttura del seminario:
Attività di apertura partecipativa di presentazione di situazioni, al fine di far emergere percezioni, letture, luoghi comuni, analisi. Racconti, giochi di ruolo, drammatizzazione;
Relazioni e interscambio con le relatrici. Ognuna delle relatrici invitate ha presentato la sua relazione a cui è seguito lo scambio e il dibattito con le partecipanti in plenaria;
Lavori di gruppo. Approfondimento dei temi trattati nelle sessioni plenarie; elaborazione di proposte di azione;
Infine una tavola rotonda di restituzione pubblica
Riportiamo il programma delle due giornate del seminario.
PROGRAMMA
giovedì 2 giugno
9,30-10,00: iscrizioni e distribuzione materiali
10,00-11,00: apertura e saluti:
Rappresentanti del Comune;
Farhia Aidid per 'Punto di Partenza'
11,00-13,30: discussione guidata sul tema, a partire dalle percezioni, le postazioni, i vissuti, Farhia Aidid; Francisca Frias; Angela Xhani
13,00-15,00: pranzo e relax
15,00-17,30:
Chantal T.Spitz, Rappresentazione e autorappresentazione. L'esperienza coloniale
17,30-18,00: breve pausa
18,00-20,00:
Nirmal Puwar: l'immagine dell'altro
20,00: cena
venerdì 3 giugno
9,30-10,00: sui suggerimenti di 'Punto di partenza', integrati e/o modificati dai lavori del giorno prima, le partecipanti si iscrivono ai diversi gruppi di lavoro
10:00-13,30: lavoro dei gruppi
13,30-15,00: pranzo e relax
15,00-16,30: Aynom Maricos, Razzismo e discriminazione nella politica e nei movimenti
16,30-17,00: breve pausa
17,00-18,30: Betty Gilmore, Razzismo - sessismo, strumenti per combatterli
18,30-20,00: lavoro dei gruppi, mirato ai contenuti/forme del prodotto finale
20,00 restituzione dei gruppi
20,30: cena
sabato 4 giugno
9,30-10,00: sintesi dei punti essenziali del lavoro dei gruppi
10,00-13,00: tavola rotonda pubblica: la costruzione di una pratica antirazzista; intervengono
Chantal T.Spitz,
Nirmal Puwar, rappresentante del Comune, Udo Enwereuzor, Aynom Maricos, Mercedes Frias, coordina Albalisa Sampieri per 'Punto di partenza'
13,00-13,00: saluti finali
Gli argomenti e i temi affrontati durante i giorni del seminario, e successive considerazioni, sono riportati di seguito in sintesi
Restituzione dei risultati dei gruppi di lavoro
Gli spunti di riflessione emersi tanto dagli interventi delle relatrici (Chantal Spitz, Rappresentazione e autorappresentazione. L’esperienza coloniale, Nirmal Puwar, L’immagine dell’altro, Aynom Maricos, Razzismo e discriminazione nella politica e nei movimenti, Betty Gilmore, Razzismo-sessismo, strumenti per combatterli) quanto dai dibattiti che li hanno seguiti si sono rivelati ricchissimi e molto fecondi; è stato quindi necessario un ulteriore dibattito per individuare alcuni elementi da mettere a fuoco nei gruppi di lavoro.
L’esperienza coloniale, con gli approfondimenti apportati in merito dall’elaborazione di Chantal Spitz, rappresenta un nodo storico e teorico fondamentale nella questione del razzismo: come metterla in relazione con l’attuale percezione (e con l’attuale mancata percezione!) del razzismo?
Questa domanda, insieme alla necessità di interrogarsi e confrontarsi sulla diversità dei punti di vista a seconda della propria collocazione ci ha portate ad individuare un primo gruppo, “Eredità del colonialismo e collocazione politica qui e oggi”.
Rappresentazione ed autorappresentazione, ovvero l’immagine dell’altro costruita a seconda delle relazioni di potere, che continuano a strutturarla nei vari ambiti, dalle politiche ai discorsi mediatici e alle mode, cogliendo gli interventi di Nirmal Puwar, di Aynom Maricos e di Betty Gilmore, ha costituito un altro punto chiave da analizzare nei gruppi di lavoro.
Il multiculturalismo, oggi tradotto in moda ed in politiche, racchiude in sé l’amnesia e/o il mancato riconoscimento dell’esperienza coloniale, ed al contempo propone ed impone una certa rappresentazione dell’immagine dell’altro, nascondendo squilibri reali e razzismo istituzionale; l’altro gruppo si è dato quindi come tema di discussione “La cortina di fumo del multiculturalismo”.
Per decostruire i meccanismi che portano alla costruzione della “norma sociale” (concetto esplicitato da Nirmal Puwar) e quindi all’inclusione e all’esclusione dalla stessa, l’ultimo gruppo di lavoro ha indagato sul “ruolo delle elite nella costruzione della visibilità e invisibilità dell’altro”, partendo anche dagli elementi delle relazioni di Aynom Maricos e di Betty Gilmore, con riferimento più specifico al contesto italiano, nell’ottica della produzione di strumenti pratici per agire partendo dalle realtà locali.
Riportiamo in seguito, in sintesi, le conclusioni dei tre gruppi di lavoro:
1)
eredità del colonialismo e collocazione politica qui e oggi
Per quanto riguarda l’eredità del colonialismo, è emersa la necessità di articolare posizionamenti e punti di vista, indagando tale eredità entrambe le parti – figlie/i dei colonizzatori e figlie/i dei colonizzati. Nel primo caso, si tratta di ricostruire una memoria collettiva da cui l’esperienza coloniale è stata rimossa, in particolare in Italia; dal punto di vista delle pratiche politiche attuali questo significa prendere coscienza di come molte pratiche, anche femministe, perpetuino un’idea di tutela e una volontà di “salvare” le donne migranti che ricorda la missione civilizzatrice, giustificazione storica dell’impresa coloniale: si pensi alle questioni del velo o del burqa come motivazione ideologica della guerra in Afghanistan. Pensare alle donne migranti come vittime passive, bisognose della tutela occidentale, significa riprodurre differenze storiche di potere ereditate dal periodo coloniale. Nel caso delle figlie dei colonizzati, è emersa la necessità di decostruire l’identità imposta dal colonialismo e di guarire da quella che è stata definita come una “malattia”, la colonizzazione delle menti e dell’immaginario: si tratta di un compito reso molto più difficile dal perpetuarsi delle politiche coloniali nelle disuguaglianze economiche imposte dalla globalizzazione liberista, nelle guerre civili che insanguinano molti paesi cosiddetti “postcoloniali” e persino nella privazione della propria lingua.
Per quanto sia stato tramandato come “imperialismo straccione”, il colonialismo italiano non è stato da meno. Le migrazioni sono anche conseguenza delle disuguaglianze di potere economico prodotte dal colonialismo, ma questo fatto viene paradossalmente disconosciuto nei paesi d’arrivo.
Il recupero e il superamento dell’eredità coloniale deve quindi passare per un riconoscimento di quella esperienza e del debito storico di paesi colonizzatori nei confronti dei paesi colonizzati: qualunque tentativo di riconciliazione che non passi per tale riconoscimento deve essere rifiutato.
2)
la cortina di fumo del multiculturalismo:
E’ stato appurato che il multiculturalismo è una realtà di fatto;
il multiculturalismo banalizzato, retorico e celebrativo serve per nascondere il razzismo istituzionale, lo squilibrio di potere, la mancanza di diritti di cittadinanza.
Le politiche multiculturali vengono utilizzate in un’ottica di buonismo per nascondere le contraddizioni che pone l’immigrazione; inoltre le policies multiculturali sono diventate un vero e proprio business per istituzioni, amministrazioni e terzo settore.
Il multiculturalismo rischia di etnicizzare i gruppi sostituendo al concetto di razza quello di etnia, cultura, comunità. Il multiculturalismo incasella le individualità e regola la libertà di scegliere di appartenere o meno alla “comunità” e di rappresentarla.
3)
il ruolo delle élite nella costruzione della visibilità e invisibilità dell’altro
Siamo partite dalla definizione stessa di elite: quali sono i soggetti, processi, strutture definiti come elite che hanno il potere di determinare la (in)visibilità dell’Altra/o? è emerso un quadro complesso, in cui le elite sono detentrici del potere economico, politico e mediatico e di questo potere perseguono la conservazione, riproducendo l’ordine sociale ed economico attraverso l’uso strumentale della visibilità/invisibilità dell’altra/o e il controllo dell’ordine simbolico e dell’immaginario collettivo. Alle élite, quindi, appartengono i poteri economici, i mass media, le istituzioni sociali e politiche (dai partiti, allo stato, alle istituzioni europee), la classe intellettuale.
Visibilità e invisibilità vengono usate a seconda delle circostanze per costruire la rappresentazione dell’altra/o. Esempi di estrema visibilità sono l’amplificazione mediatica di eventi connotati attraverso una rappresentazione sociale negativa, volta a creare una percezione collettiva di paura dell’altra/o: gli sbarchi sulle coste del sud Italia, tematizzati all’interno di una rappresentazione emergenziale e securitaria, la recente attenzione verso la comunità cinese, investita della responsabilità dei mali dell’economia italiana, la grande rilevanza data, sempre in un’ottica allarmistica, ai fatti di cronaca nera o alle emergenze sociali in cui sono coinvolti immigrati, e il linguaggio con cui questi vengono rappresentati.
Un esempio diverso di visibilità, che potrebbe superficialmente sembrare “positivo”, è la strumentalizzazione buonista dell’immagine delle donne e uomini immigrati da parte di forze politiche o soggetti sociali, ad esempio l’inserimento fittizio e strumentale nelle liste elettorali o la presenza in convegni e eventi di vario tipo.
Alcuni esempi di invisibilità invece sono il lavoro di cura svolta prevalentemente da donne migranti all’interno delle famiglie italiane, la produzione istituzionale della clandestinità, funzionale a diversi livelli ai processi economici. L’invisibilità riguarda anche i paesi di origine, dove le rimesse costituiscono una percentuale considerevole del Pil ma spesso non viene accordato agli emigranti nessun ruolo e nessuna forma di riconoscimento né sostegno: si tratta in questo caso di una doppia invisibilità.
Gli strumenti e le pratiche abbozzati in questa prima riflessione sono:
- Rivendicazione di visibilità politica attraverso un percorso che, facendo leva a livello locale sulle amministrazioni di regioni ed enti locali, costruisca le premesse per la rivendicazione del diritto di voto.
- Pressione sulle istituzioni perché investano sul sostegno degli immigrati in ruoli di potere e sulla loro presenza nei luoghi di progettazione e decisione politica.
- Valorizzazione delle forme di auto-organizzazione dal basso e di riappropriazione degli spazi di visibilità
- Produzione di materiale, informazione, formazione per la denuncia dell’inganno multiculturalista e per costruire una coscienza della storia del colonialismo italiano.
- Adesione al movimento europeo e del sud del mondo per la costituzione del tribunale internazionale per il risarcimento ai paesi del sud del mondo